una modesta proposta 2
Da qualche tempo sul satellite va in onda una nuova serie ospedaliera che prende spunto dal dr. House. A quanto pare le somiglianze con l’originale sono tantissime, nel modo di costruire le puntate e nella caratterizzazione dei personaggi.
Chi l’ha visto giura che se non fosse per l’ambientazione, spostata in un reparto di neurochirurgia, e per il protagonista, Stanley Tucci, che è completamente rasato, i due serial sarebbero praticamente identici.
Premesso che io adoro Tucci e che vederlo ridotto a fare la brutta copia mi rattrista molto, la cosa che mi ha più colpito della serie è il titolo. "3 libbre". Che sarebbe il peso di un cervello umano.
Ora, io non ho la minima idea di quanti chili corrispondono a tre libbre, però so per certo una cosa: il cervello umano è in larga parte inutilizzato. Di questo sono sicura, l’ho visto alla Macchina del tempo (o l’ho letto in qualche numero di Focus?). Dunque, noi ci portiamo in corpo ben tre libbre di roba, per larga parte inutile.
E allora perché non sfruttare la cosa?
Voglio dire, ci avviciniamo all’estate, la prova costume è alle porte. Milioni, ma che dico, miliardi di donne sono già in piena crisi e stanno spendendo stipendi interi in creme, pasticche, lozioni, beveraggi, massaggi, palestre, piscine, macchinari infernali, il tutto per, ad andar bene, perdere temporaneamente due-tre etti di peso, che poi riacquisteranno, decuplicati, in pochi secondi.
Perché, invece di spendere tutti quei soldi in palliativi, non spenderli per un intervento risolutivo? Perché non liberarsi di quella massa in eccesso?
In fondo non stiamo parlando di liquidi o grassi, che hanno la pessima abitudine di riformarsi. Qui si parla di materia che, una volta estratta, non si riformerà mai più!
Per non parlare dei benefici effetti collaterali che una cura del genere procurerebbe.
Oltre a far calare nettamente la massa corporea, infatti, si libererebbe un sacco di spazio nella scatola cranica, cosa che debellerebbe definitivamente la sindrome-dobermann che molti esseri umani ha portato alla follia negli ultimi anni, come autorevolmente documentato sempre da Focus (o era la Macchina del tempo?).
In più ciascuno di noi potrebbe approfittarne per personalizzare il proprio cervello, sbarazzandosi anche delle parti sotto-utilizzate.
Così una persona amante dell’arte che odia lo sport, per dire, potrebbe farsi togliere la parte in cui risiede la funzione del tifo.
Al contrario, un accanito tifoso potrebbe chiedere di estirpare la parte che presiede al giudizio critico (e un tifoso di football americano potrebbe farsi estrarre tutto il cervello di sana pianta).
E perché non pensare più in grande? Perché non puntare addirittura ad eliminare tutti i malesseri psicologici?
Ma ci pensate? Addio alle crisi di panico, agli attacchi d’ansia, agli stati depressivi. Basterebbe individuare l’area cerebrale giusta e zac!
Mi sento male al solo pensiero delle cose che si potrebbero fare!
Un momento, leggo ora su Donna Moderna che tre libbre corrispondono più o meno ad un chilo e mezzo. In effetti è un po’ pochino per assicurare una perdita di peso significativa…
Trovato!
Basterà asportare l’area del cervello che regola i complessi.
E’ anche vero che così alle donne ne rimarrebbe ben poco, ma tanto, seriamente, notereste la differenza?
La famiglia rompiglioni 3 - gli esordi
Il motto della famiglia rompiglioni è buon sangue non mente.
Ed è proprio vero.
Chiunque nasca con sangue rompiglioni, non può che essere un perfetto rompiglioni.
Inutile sperare che la maledizione salti qualche generazione. Magari nei primi tempi, quando il nuovo rompiglioni è uno scricciolo appena nato o un dolcissimo bimbo dal sorriso seducente, ci si può anche illudere. Ma ben presto ci si deve arrendere alla dura realtà.
Prendiamo me per esempio.
Passai i primi anni di vita suscitando false speranze nei miei genitori.
Troppo piccola per andare all’asilo, mi lasciavano a casa con una sorella di mia madre, giovane e carina, che ci teneva molto alla mia formazione: appena arrivava, mi metteva in mano un giornale ed andava a discutere di non so quali problemi da grandi con un amico in camera dei miei.
Così io passavo lunghe ore nel seggiolone a giocare tranquillamente con un quotidiano, di solito la Nazione, a ridurlo in minuscole striscioline, disporle in composizioni simmetriche (avevo un precoce senso dell’ordine, peccato l’abbia altrettanto precocemente smarrito), per poi mangiarle con gusto.
Al rientro da lavoro, i miei mi ritrovavano nello stessa posizione in cui mi avevano lasciata, con una densa bavetta nero-inchiostro che mi colava dall’angolo della bocca ed un’espressione sazia e soddisfatta, come doveva averla Jorge mentre si mangiava Aristotele.
Mia zia, invece, la trovavano sempre un po’ scarmigliata e ansimante, come se avesse appena finito di correre. Quanto al suo amico, temo non siano mai riusciti ad incontrarlo.
Quando cominciai a rendermi conto che mangiare bistecche al sangue era molto più gustoso di quanto non fosse mangiare giornali, oltretutto di pessima qualità, decisi di utilizzare quei fogli in altro modo. E imparai a leggere. Quando cominciai anche a capire cosa stavo leggendo, decisi che da adulta non avrei mai comprato la Nazione.
Insomma, a tre anni ero il sogno di ogni genitore: silenziosa, tranquilla e letterata.
Fu all’asilo che cominciai a rivelare i primi sintomi.
In quella bolgia di mostriciattoli urlanti non potevo dedicarmi ai miei giochi silenziosi, anche perché le suore pretendevano di farmi socializzare con gli altri bambini. Volevano farmi giocare a tutti i costi al gioco della sedia. Quando, dopo mesi di studio, ne compresi il meccanismo (ero già allora una bimba molto analitica), decisi di buttarmi nella mischia. Così presi a picchiare ferocemente i più piccoli perché mi cedessero spontaneamente il loro posto. In fondo, perché affannarsi, quando potevo starmene comodamente ad aspettare che mi facessero sedere gli altri? Dopo una settimana il gioco fu abolito. Ero la più grossa e riuscivo facilmente a ridurre alla ragione anche i compagni più riottosi. Finiva che tutti rimanevano in piedi a rispettosa distanza, anche dopo che mi ero seduta.
Delle elementari ho ricordi poco significativi, tranne una lezione di educazione sessuale, che merita un capitolo a parte, ed il fatto che il compagno di classe di cui ero perdutamente innamorata faceva il filo alla biondina del primo banco. Da allora decisi di odiarla.
Divenne la mia migliore amica.
E presi una decisione che cambiò la mia vita: se proprio non piacevo al mio amore, allora non valeva la pena di piacere a nessuno! Fu così che intrapresi la carriera di prima della classe.
Nei restanti anni delle elementari ed in quelli delle medie, mi esercitai a fare la secchiona in maniera sempre più rigorosa.
Ogni giorno arrivavo a scuola conoscendo alla perfezione fino a sei capitoli in più rispetto a quelli assegnati. Alzavo sempre la mano, suggerivo ostentatamente quando venivano interrogati gli altri.
Al liceo la mia popolarità subì un’ impennata imprevista. Fra i miei compagni cominciò a girare la canzoncina “viva viva la rompiglione, la più amata delle secchione!”. Ma io non mi lasciai lusingare, conoscevo bene il motivo di tanto improvviso amore. Il compito di latino. Volevano che li aiutassi nelle versioni. E decisi di accontentarli.
Però feci pagar cara la mia condiscendenza. Passavo le versioni, è vero, ma le passavo tradotte in inglese.
Così la mia classe era l’unica in tutto l’istituto in cui, ad ogni compito di latino, gli studenti si presentavano col vocabolario d’inglese…
Ma non pensate male, non ero cattiva, ero solo… rompiglioni.
A parziale giustificazione del mio comportamento, devo dire che in quegli anni si infransero i due più grandi sogni della mia vita: fare la suora missionaria in Amazzonia e la cantante lirica nel resto del mondo. A cancellare il primo ci pensò il mio senso di sdegno verso l’eccessivo lassismo della Chiesa. Voglio dire, trovavo inammissibile che si consentisse ai bimbi di piangere durante le funzioni ed alle vecchine di fare le gare di velocità nel recitare il rosario. E, diciamocelo, tutte quelle gonne corte al ginocchio davanti all’altare…
Il secondo invece sbiadì da sé quando mi resi conto che aver imparato a suonare il piffero alle medie non mi qualificava come esperta musicale e che cantare a squarciagola le arie della regina della notte in una lingua ignota (che certo non era tedesco, visto che di quell’idioma conosco solo la parola “essen”) non faceva di me una cantante.
Quando poi i miei mi proibirono di cantare, pena l’espulsione perenne da casa, qualunque cosa, foss’anche l’inno della fiorentina, dovetti prendere atto del fatto che la voce non è la mia dote migliore.
E l’amore non è che andasse meglio.
La prima vera cotta la provai per il bello della spiaggia.
Era il ragazzo più conteso del paese in cui trascorrevo le vacanze.
Mi trovavo nella inusuale situazione in cui la padronanza del latino e dell’inglese non servivano a niente. In quel campo occorrevano ben altre doti. Delle quali ero totalmente sprovvista.
Con gli esponenti del sesso opposto non sapevo proprio come comportarmi.
Mancandomi quelle armi tattiche, prettamente femminili, che occorrevano per sbaragliare la concorrenza, decisi di invitare la biondina del primo banco perché mi mostrasse come fare. Lei ha sempre riscosso un enorme successo con gli uomini. La ospitai a casa mia. Sin dal primo giorno si mise all’opera e mi fece vedere come dovevo comportarmi con lui. Non ebbi il minimo dubbio sulla bontà dell’idea, finché non li vidi avvinghiati sulla spiaggia con tre metri di lingua in bocca.
Mi spezzarono il cuore.
Decisi di vendicarmi.
Feci loro da testimone di nozze.
(continua…)
l’anno della maturità
“E tu dov’eri, cosa stavi facendo?” è la domanda che ti fanno più o meno tutti. Che imbarazzo dover rispondere “veramente non lo ricordo”.
Imbarazzo misto a senso di colpa. Perché io di quel 23 maggio del 1992 non ricordo nulla. Non ricordo dov’ero, cosa stavo facendo, con chi.
Era l’anno della maturità. Tutto vissuto in un’altalena di angoscia e sospensione nell’incoscienza, credo per salvare quel poco di nervi rimasti.
Una cosa però la ricordo benissimo. Ricordo la mia reazione alla notizia.
Una reazione della quale mi vergogno.
Pensai: “Beh, era questione di tempo”.
Poi altre emozioni prevalsero: sconforto, rabbia, frustrazione.
La traccia sull’attualità quell’anno riguardava la conferenza mondiale su ambiente e sviluppo che si era tenuta a Rio de Janeiro i primi di giugno.
I giornali e le televisioni ne parlavano come di un evento storico che avrebbe rivoluzionato in meglio la vita di tutti, risolto definitivamente i problemi di surriscaldamento globale e di inquinamento.
Feci quel tema, pensando ad altro.
Ne venne fuori un’amara dichiarazione di disillusione.
Il presidente di commissione agli orali mi disse, mentre ancora mi stavo sedendo: “signorina, il suo tema ci ha lasciati sbigottiti. Qui si parla di qualcosa di unico, di innovativo. Non può già partire con l’idea che resterà tutto come prima, che è tutto inutile. Non è troppo giovane per essere così cinica?”.
Ricordo esattamente dov’ero il 19 luglio 1992.
Ero a Capraia, a casa di un’amica, a festeggiare la maturità raggiunta.
Un posto da favola, un piccolo paradiso.
La mamma della mia amica entrò in cucina ansante: “Lo hanno rifatto. Hanno ucciso Borsellino!”.
Di quella volta invece ricordo tutto.
I colori della casa, quasi accecante nel suo bianco perfetto. I colori delle imposte, azzurre come il cielo terso di quei giorni. La tovaglia colorata sulla tavola. La faccia di quella donna, sinceramente sconvolta.
Quella volta ho pianto.
Guardavamo ai telegiornali la gente in strada manifestare la propria rabbia. La padrona di casa era raggiante. “Qualcosa sta cambiando, finalmente!” diceva. Io mi sentivo in colpa. Mi chiedevo solo “quanto durerà?”.
Nel 1992 non diventai solo matura. Quell’anno diventai vecchia.
(crosspostato su cabaret bisanzio)
dal parrucchiere
- maia! finalmente ti sei decisa a venire! certo che ce n’era proprio bisogno… allora, che ci facciamo?
- oh, beh, a me basta che non sia un caschetto…
- guarda, qui ci sono tutti i tagli che vanno ora.
- uh, carino questo. che dici, mi starebbe bene?
- no, troppo sfilato, hai la faccia troppo tonda per questo.
- ehm…
e questo? un bel taglio corto, per cambiare…
- scherzi? quello ti mette in risalto il nasone! no, no e poi no!
- …
va bene…
e… e questo?
- ommioddionooooo! con questo la tua testa sembrerebbe ancora più piccola di quello che è!
- …
senti, fai tu, io mi fido.
…
- allora? che te ne pare?
- beh… è un caschetto perfetto.
- grazie cara. in fondo noi siamo qui per far sentire belle le nostre clienti!
falsi amici 3
- dio, ma quanto ci mettono?
- stai tranquilla mamma, vedrai che andrà tutto bene…
- ma sono chiusi là dentro da ore! e non ci dicono niente!
- signora rompiglione?
- sì! sono io!
- signora rompiglione… mi spiace…
- no!
- signora, mi spiace molto, ma le assicuro…
- no! no! non lo dica!
- signora, le assicuro che abbiamo fatto tutto il possibile…
- no! oddio, no! non voglio sentire!
- signora, la prego, non faccia così… in fondo ormai era davvero vecchio… aveva fatto il suo tempo… e poi, insomma, diciamocelo, anche a livello di prestazioni, si sarà accorta, non era più quello di una volta…
- no! lei non capisce! tutti quei bei momenti passati insieme… anche ieri sera… maia, diglielo… eravamo tutti insieme, felici, a guardare la partita… ed ora… ora non c’è più!
io non posso vivere senza di lui!
- su signora, non faccia così…
nella stanza a fianco ne vendiamo di nuovi. con lo schermo ultrapiatto, al plasma, con altoparlanti…
la mia giornata
voi ci credete ai segni del destino?
Vi è mai capitato di incocciare in una giornata in cui si susseguono tanti piccoli fenomeni strani?
Beh, questa per me è una di quelle giornate.
Come al solito stamattina mi sono buttata di sotto dal letto, ma stranamente non ho trovato nessun tacco di scarpa a conficcarmisi nel costato.
Come al solito ho ciabattato poco convinta verso il bagno ma l’ho trovato incredibilmente vuoto.
Come al solito mi son truccata ad occhi ancora chiusi, ma il rigo nero della matita ha disegnato il contorno occhi senza sbavature.
Come al solito ho perso il mio autobus, ma ne è comparso un’altro subito dietro.
A questo non potevo proprio credere!
Questo è il mio giorno, mi son detta! Ma le sorprese non erano finite.
L’autobus sul quale ero salita viaggiava ad una velocità sinceramente preoccupante: c’era il rischio che addirittura i pedoni ci superassero!
Stufa di bofonchiare con compagni di sventura troppo bonari, mi sono avvicinata alla cabina dell’autista, intorno alla quale si erano raccolti i passeggeri più anziani ed agguerriti.
E lì ho assistito ad una scena che mi ha lasciata perplessa e mi ha irritata molto. Non c’è niente di più irritante del vedersi togliere da sotto le mani un buono spunto di litigio.
E’ che l’autista mi faceva pena.
Teneva uno di quei quadernetti delle elementari, sapete, quelli con una riga grossa ed una piccolina, appoggiato aperto sul volante e lo scrutava freneticamente mentre guidava. A quel punto mi sono commossa. Chiaramente era un papà che leggeva preoccupato il tema del figlioletto. Con grande difficoltà, suppongo, perché la calligrafia era decisamente illeggibile e disordinata. Pover’uomo, aveva un figlio che scriveva malissimo e, a quanto pare, cose terribili. Lo si capiva dall’espressione tesa e dagli occhi lucidi del padre.
Partecipe, mi sono avvicinata ulteriormente, provando a leggere qualche parola del temino. Sono riuscita a decifrare solo "destra" e sinistra". Santo cielo! Il bimbo aveva fatto un tema di politica!
Adesso capivo perfettamente il disagio di quel pover’uomo. Un figlio così giovane già caduto nel pericoloso gorgo delle ideologie!
All’improvviso si gira e mi guarda. Io, imbarazzata, distolgo lo sguardo con espressione indifferente.
Lui si mette a battere le nocche contro il vetro per richiamare la mia attenzione.
"Signorina. Signorina, scusi"
Io indosso la mia migliore faccia di bronzo e rispondo: "Dice a me?"
"Si, scusi, mi potrebbe indicare dove devo svoltare dopo piazza della Libertà? Scusi sa, ma sono nuovo e non ricordo bene. E dagli appunti che ho qui non ci capisco niente"
ho trovato!
il mio punto 5 è giocare con il mio template.
cambiargli i colori, gli spazi, l’immagine di testa… insomma, in una parola, i connotati.
ora non mi resta che trovare il mio punto G!
ps e voi, maledetti font, prima o poi riuscirò a domarvi!
io odio le catene
Questo brutto ceffo qui mi chiede cinque buone ragioni per tenere un blog (e proprio a me lo chiedi?).
Siccome non sono per niente ferrata sull’argomento, ma soprattutto visto quanto il mondo “bloggico” è vario, cerco di fare una panoramica dei motivi più ricorrenti.
1) Dopo attenta osservazione, mi sembra di poter dire che il motivo principe per cui si apre un blog è di controllarne continuamente gli accessi.
Conosco molti blogger la cui ragione di vita (virtuale) è quella di monitorare secondo per secondo quanti utenti sono passati dal proprio blog, per quanto tempo, quali e quante pagine abbiano letto…
Per dare un’idea, riporto un esempio di conversazione tipico con questo genere di individui.
- maiiiaaaa!
- Eccomi, che è successo?
- Oh, maia, tu non puoi sapere, ho appena scoperto di avere PR 3. PR3!
- Oddio, mi dispiace! Davvero? Povero…
Scusa, ma il PR è…?
- Ma è il page rank! Capisci? Io ero convinto di essere 4!
- Ah. Certo. Deve essere una grande delusione…
- Certo! Se pensi che quel bischero, che non ha mai nulla da dire è classificato 5! Solo perché fa quelle polemicucce! Ma ti rendi conto che ancora posta stroncature su Moccia? Fossero almeno belle stroncature ariose… no, nemmeno quelle sa fare!
E non è tutto! Ho scoperto che rispetto alla settimana scorsa ho una media di dieci lettori in meno al giorno! Devo fare assolutamente qualcosa, se il trend continua ad essere così negativo, potrebbe diventare irreversibile, l’emorragia di lettori potrebbe rivelarsi fatale!
- Eh, capisco… Certo che con la sanità di oggi, non mi sento nemmeno di consigliarti un buon dottore…
2) un altro buon motivo per tenere un blog, è quello di usarlo come sfogatoio.
Esistono blogger (soprattutto femmine) che, forniti di sentimenti in dosi non smaltibili normalmente, usano il mondo virtuale per vomitarci la parte in eccesso.
E infatti è tutto un fiorire di blog intimistici, dove si urlano le proprie emozioni, dalla disperazione all’amore (di solito disperato). Si urla contro l’ingiustizia della vita/l’insensiblità della società che ci circonda/i genitori che non capiscono le esigenze di noi gggiovani e nemmeno la macchina mi comprano! stronzi!
3) si aprono blog anche per dimostrare quanto si è colti e quanto ignorante sia il resto del mondo.
Di solito si tratta di blog letterari, ma non ne mancano di cinematografici, filosofici, tuttologi. Il loro tratto distintivo è il desiderio di condividere le idee e di confrontare i punti di vista.
Esempio tipico di uno scambio blogger-lettore:
- scusa, caro blogger, ma non sono molto d’accordo con quello che dici.
- E sai quanto me ne frega? Ma se non conosci nemmeno l’italiano! Sei ridicolo, sparisci!
Unico prerequisito richiesto per far parte della categoria, è un’immensa stima delle proprie conoscenze e l’elasticità mentale che potrebbe avere, diciamo, un Savonarola.
4) come tralasciare poi la nutritissima schiera di quelli che usano il blog per rimorchiare?
Se sono uomini, infarciscono il proprio spazio virtuale con bei pensieri profondi sul senso della vita, della morte, dell’amore. Obbligatorio il tono malinconico-sentimentale. Si struggono per poesie piagnucolose. Flirtano con le utenti in estenuanti duetti. Ma mentre scrivono pensose considerazioni romantiche, dentro di loro catalogano spietatamente: questa ci sta, questa no, questa, se forse spingo…
Questi blog a prima vista sembrano frequentati solo da donne. In realtà le donne sono le uniche a commentare. Ma a leggere ci sono molti uomini, rimorchiatori a loro volta, che “spiano” le mosse della concorrenza.
Se i blogger-rimorchiatori sono donne, postano direttamente foto in cui compaiono semisvestite (le più belle, nude).
Almeno loro sono più oneste.
5) Ed arriviamo all’ultimo punto. Non so quale sia, ma se anche io ho un blog, un buon motivo deve pure esserci. E, visto che:
a) Ho messo sul mio blog i “bottoncini” per controllare gli accessi perché terrorizzata dai bloggoamici del punto 1 (ma sei matta? Sono importantissimi!);
b) non mi piace urlare, nemmeno la mia disperazione, nemmeno il mio amore (disperato);
c) io so di non sapere, come disse Savonarola prima di essere decapitato. E poi non sopporto le persone che citano di continuo, per lo più a sproposito. Odiosissimi quelli che sbagliano volutamente le citazioni. Si credono spiritosi e invece son solo coglioni;
d) nuda (o anche semisvestita) non sono per niente un bello spettacolo…
beh, visto tutto questo, è chiaro che un punto 5 esiste!
NB ogni riferimento a persone o cose realmente esistenti è puramente voluto.
Alcune persone sono chiaramente riconoscibili. Se volete sapere se siete davvero voi, chiedetemelo in via privata e vi risponderò.
Se non avete il mio indirizzo mail, non siete voi.
E comunque, si scherza!
delirio vano è questo!
- Buon giorno, telecom, sono Simona, come posso esserle utile?
- Buon giorno, sono la sorella di maiab, vorrei installare nel mio ufficio il pacchetto base adsl + telefono.
- Benissimo. può farlo su internet.
- Ehm… mi scusi, forse non ha capito, io la connessione la vorrei acquistare, ora.
- Benissimo. va su internet, sceglie il pacchetto che preferisce e lo sottoscrive.
- Si, questo lo potrei fare se già avessi una linea internet attiva. Ma non ce l’ho. E’ per questo che sto chiamando!
- Beh, e dove sta il problema? Lei adesso va su internet, sottoscrive l’abbonamento che preferisce, poi si collega e se ha problemi mi richiama!
- …
Senta, e se mi abbonassi a quello full optional?
- Ma certo! Ottima scelta! Allora mi dia nome e cognome, codice fiscale…
state per assistere…

ad un uso privato di mezzo pubblico.
No, non c’è nessuna mia foto mentre dirotto un bus (io i bus li dirotto, non li rubo, perché non li saprei guidare, anche se ho visto fare certe manovre a degli autisti doc, che quasi quasi…).
Intendevo dire che per una volta userò questo blog in modo autoreferenziale. Invece di scrivere il solito post di pubblica utilità, ho deciso di fare uno strappo alla regola e di scrivere di me e di quello che mi piace.
Chinotto e partita allo stadio a parte, a me piace molto anche ascoltare la musica. Ma questo ve lo scrivo in un altro post.
Un’altra cosa che mi piace molto è la lasagna, ma non ho la minima intenzione di scrivere un post culinario.
Di sesso non parlo, quindi credo che mi rimangano dormire, cinema e letteratura.
Siccome voglio far vedere che ogni tanto leggo anche io, credo che vi parlerò di un libro.
E’ stato amore a prima vista, una vera e propria attrazione fatale.
Era un pomeriggio buio e tempestoso e passeggiavo in centro senza ombrello. All’improvviso un fulmine ha aperto il cielo plumbeo ed un vero e proprio nubifragio si è abbattuto sulla città. Così ho cercato riparo nel primo portone che ho trovato. Era la libreria feltrinelli.
E’ stata la fine. Ogni volta che entro là dentro è la fine per il mio portafoglio.
Io provo una specie di amore-odio per quel negozio.
Non potete capire l’effetto che mi fanno tutti quei libri ammucchiati in bell’ordine, ordine alfabetico per autore, tranne che nei reparti tematici, dove i libri sono raggruppati per argomento (e poi in ordine alfabetico per autore).
In mezzo al negozio, ci sono poi enormi banchetti sovrastati da altissime pile di tomi di ogni forma (per quante forme possa avere un libro) e spessore.
Tutte le volte che vedo quelle costruzioni ardite eppure ordinatissime, mi viene una voglia di buttarle giù che non avete idea…
E’ una vera e propria malattia. Un impulso incontrollabile.
Ogni volta mi avvicino con fare noncurante, osservo quelle belle composizioni colorate, prendo un libro, lo soppeso, lo annuso, faccio finta di leggerne qualche pagina.
Poi mi guardo intorno. Appena sono sicura che nessuno mi stia guardando, con un abile colpo di coda, rovescio un intero banchetto.
La soddisfazione per il gioco d’abilità mi si smorza subito. La confusione che segue la rovinosa caduta, infatti, fa girare tutti, clienti e commessi, e tutti mi guardano con aria di rimprovero.
Io, che sono troppo timida per stare a questo mondo, non solo mi metto a raccogliere tutti i volumi sparsi a terra, ma li infilo anche nel mio cestino degli acquisti, fingendo di aver voluto comprarli tutti. E’ colpa della maledettissima educazione che mi hanno impartito i miei genitori. Chi rompe paga, mi dicevano, così adesso, anche quando non rompo, anche quando al massimo spiegazzo qualche pagina, mi sento in dovere di pagare tutto.
Ho imparato a sopportare lo sguardo stupito dei cassieri all’uscita quando mi vedono arrivare con una ventina di copie dello stesso libro. “E’ per fare dei regali. Me li incarta, per favore?” di solito basta per soddisfare la loro curiosità e farli ripiombare nella loro abulia.
E’ così che mi trovo a leggere le cose più assurde (e a regalarle ai miei amici e parenti più pazienti), cose che nessun essere umano leggerebbe spontaneamente.
Se non altro col tempo mi sono fatta furba e questo giochetto non lo faccio più vicino all’entrata: è lì che vengono raccolte le “novità imperdibili”, ovvero i libri più brutti ed insipidi, che raramente si riescono a vendere (e ci sarà pure un perché!).
Ora il mio moto liberatorio lo esercito nella stanza centrale, dove sono raccolti i libri più interessanti.
L’altra volta, quella del pomeriggio buio e tempestoso, senza ombrello, mi ero velocemente infilata nel salone dei classici.
Ero di cattivo umore per via del tempo (sono un tantinello meteoropatica) ed era da troppo poco tempo uscito l’ultimo libro di Moccia. Non avevo la minima intenzione di ritrovarmelo nel cestino, nemmeno in cambio di un perfetto strike!
La zona classici però è verticale. Nel senso che i libri sono sistemati su scaffali normali.
L’unico modo per ripetere il mio gioco in questi casi è arrampicarmi sullo scaffale più alto e tirare giù un libro a caso con stile scomposto, in modo che rovini a terra il maggior numero possibile di volumi.
Così ho puntato Twain (era il più in alto e il più appartato di tutti) ed ho cominciato a tirare verso di me il “diario di Eva” con il mignolo sinistro.
A forza di tirare, mi son ritrovata circondata da una pioggia di libri di ogni genere e misura. Mentre ero chinata a guardare il macello che avevo combinato, un minuscolo libricino, sfuggito al mio sguardo e rimasto pencolante sullo scaffale, mi è piombato in testa. E qui ho benedetto la proverbiale leggerezza di Twain: per fortuna si trattava di una raccolta di racconti di appena 100 pagine!
L’ho raccolto. “Come curare la malinconia”. Il titolo non mi diceva nulla.
Era un vero e proprio miracolo! La gioia di aver trovato qualcosa di uno dei miei scrittori preferiti che ancora non avevo gustata è stata così forte, che mi sono addirittura dimenticata di raccogliere tutti i libri che avevo trascinato per terra!
Per la prima volta da anni, sono uscita dalla libreria con un solo libro in mano (seguita da una scia di improperi lanciatimi dai commessi imbufaliti).
Morale della favola.
Vale la pena leggere una raccolta poco conosciuta di racconti di Twain? Si, vale sempre la pena. Anche quando si tratta di tre racconti minori. Anche quando i primi due sono un poco stiracchiati, meno scorrevoli del solito, il primo un poco eccessivo nel tono finto adulatorio nei confronti di un immaginario scrittore, il secondo in alcuni punti addirittura ripetitivo. Perché Twain è pur sempre Twain e la sua “firma”, la sua zampata ce la mette sempre. E chiude la raccolta con un racconto, che vale da solo il prezzo di copertina. Si intitola “La signora Mc Williams ed il fulmine”. E’ un gioiellino di ironia e leggerezza.
Leggerezza mai sufficientemente celebrata.
ps IMPORTANTISSIMO: se avete intenzione di comprare l’ultimo libro di Paul Auster, “Viaggi nello scriptorium”, non, ripeto NON leggete la quarta di copertina.
Va bene che la “sorpresa” della trama è abbastanza prevedibile, ma uno spoileraggio così vergognoso grida vendetta!


