non è mai troppo tardi
[Questo post è pubblicato in contemporanea con Ted e Sauro, compagni di avventura in Cabaret Bisanzio. Si tratta di un post serio, come se ne vedono pochi da queste parti. lasciarsi cullare in superficie è appagante, ma ogni tanto occorre anche scendere in profondità. E certe cose, più circolano, meglio è. Elisabetta]

Mentre Google Adsense interpreta così la lettera di Salvatore Borsellino, il tam tam continua. I blog, ancora una volta, provano a sostituirsi all’informazione, con un lento brusio. A tal proposito, Nicolò La Rocca su La poesia e lo spirito dice: "Mi piacerebbe discutere proprio di ci˜ sui maggiori blog: perché i quotidiani non hanno pubblicato l’intervento di Salvatore Borsellino? Ovviamente sarebbe una domanda retorica. Ma forse cercare di dare delle risposte a questa domanda delineerebbe meglio l’identità della blogsfera, rinforzando quel suo statuto "marginale" che ne costituisce la vera forza. Sarebbe un’occasione per i blog per rendere pi libera l’informazione".
E intanto arriva il Corriere della Sera. Almeno quello on line. Che pubblica una seconda lettera, difficile da seguire, se non si conosce la prima.
Nel movimento tra blog, si segnala un’assenza. Che, in parte, una risposta a Nicolò. "Mi piacerebbe discutere di ciò sui maggiori blog". I maggiori blog. Purtroppo, a parte La poesia e lo spirito, mancano Carmilla, Nazione Indiana, Il primo amore, Vibrisse. Pronti a dibattere, anche focosamente, di Saviano e il caso Gomorra, ma, questa volta, in deciso ritardo.
E ancora Grillo, Sofri, Onemoreblog.
Non mai troppo tardi.
le sette meraviglie
Dopo snervanti discussioni con me stessa, rispondo all’appello di Kaos e cerco di buttar giù un elenco delle sette meraviglie più meravigliose della mia regione.
Siccome risulterà sicuramente incompleto, giro la catena a un corregionale (della costa ovest), gran conoscitore delle meraviglie paesaggistiche toscane, che saprà completarlo al meglio.
Al secondo posto, scusate il campanilismo, c’è la mia città. Tutta. C’è nei panorami d’insieme che si godono da Piazzale Michelangelo (grazie Iacopo) e dalla finestra del mio salotto. E in tutti quegli scorci spettacolari in cui ci si imbatte camminando per stradine strette che improvvisamente si aprono su piazze e monumenti, lasciandomi ogni volta senza fiato…
Ci sono poi centinaia di opere d’arte fra le quali non sono in grado di scegliere. Per me son tutte belle in egual maniera (anche se qualcuna è più uguale delle altre…). Per cui indico il luogo che le racchiude per comprenderle simbolicamente tutte.
Ci sono poi il Casentino, pieno di boschi e castelli e borghi antichi arroccati su montagne verdissime. E la famosa campagna toscana, in particolare la Val d’Orcia, coi suoi verdi e gialli e rossi.
C’è la costa etrusca, con i suoi parchi archeologici che si affacciano sul mare (purtroppo la foto non rende bene l’idea della bellezza del posto).
C’è l’arcipelago toscano, che conosco pochissimo e che da sempre mi riprometto di visitare.
Ci sono poi alcune cittadine particolari, che conservano nella struttura urbana, visibilissimi, i segni delle epoche storiche in cui sono fiorite. Come Lucca, ancora circondata da mura e bastioni. O come Pisa, della quale proprio non posso (nonostante mi dia un gran fastidio) non postare una veduta della famosa torre.
Sicura di aver scontentato tutti i miei corregionali, dico: ogni suggerimento è bene accetto!
Aggiornamento: combattendo la mia solita ritrosia a diffondere catene, sarei davvero curiosa di conoscere la Calabria di Edo, la Puglia del Mago (anche se so che è già in partenza per le vacanze, beato lui), il Lazio di Taniele e le mille regioni di Cinas.
la lettera scarlatta
C’è una lettera che circola da giorni nelle redazioni di tutti i quotidiani italiani e che forse non verrà mai pubblicata.
E’ una lettera veemente, che gronda rabbia, indignazione, frustrazione.
E non verrà pubblicata perché l’autore non è Veronica Lario, ma Salvatore Borsellino.
Io sono un’ottimista di natura e spero di essere puntualmente smentita domani mattina.
Nell’attesa, avevo pensato se postarvene degli assaggi, però il mio sciocchezzaio quotidiano non è cornice adatta a parole così drammaticamente serie.
Potete leggerla per intero qui.
il bell’antogno
Ieri pomeriggio ho letto che su la7 avrebbero dato “Il bell’Antogno”.
Perfetto, mi son detta. Cosa c’è di meglio di una seratina con la casa tutta per me, una bella cenetta in solitudine e un film biografico sulle gesta di Antognoni? Fra l’altro deve essere anche ben riuscito, visto che l’ho sentito nominare più volte…
E guarda gli attori! L’Antogno viene interpretato addirittura dallo strepitoso Marcello Mastroianni degli anni sessanta!
Certo, il film è in bianco e nero, ma gli spezzoni di partita saranno di sicuro quelli originali, a colori.
Con gli avanzi che avevo in frigo (una fetta di prosciutto crudo, una mela verde, acerba, una melanzana, che dall’aspetto pareva esser stata grigliata almeno un mese fa, mezzo limone, prezzemolo quanto basta) e l’ultimo pugno di riso rimasto, mi son preparata una cenetta coi fiocchi, mi sono apparecchiata l’enorme tavolo per uno, ho acceso la tv su la7 e mi sono apprestata a godermi uno spettacolo unico, per gli occhi e per il palato.
Già dopo i primi venti minuti del film, però, mi sono accorta che qualcosa non tornava. Più che l’epopea del bel biondo, quella assomigliava incredibilmente alla storia dei miei due anni e passa trascorsi col famigerato ingegnere.
Ho lasciato cadere letteralmente la forchetta sul piatto, cercando di non farmi accorgere che era ancora intatto (quella roba faceva davvero schifo, ma non volevo ferirmi) e mi son messa a seguire la vicenda a bocca aperta.
Santo cielo! A parte il fatto che non vivevamo a Catania, negli anni sessanta, che non eravamo sposati, che i nostri genitori non si conoscevano nemmeno, che non volevamo avere figli e che la gente intorno a noi in realtà se ne fregava di quello che facevamo, quelli eravamo noi!
E mi sono sentita in colpa.
Dio, se ero come la Cardinale, devo essere stata davvero stronza!
Poi una folata di vento ha spalancato la finestra. Mi son specchiata nel vetro.
No, decisamente non sono come la Cardinale.
E allora mi son messa l’animo in pace.
aggiornamento: più di un lettore mi ha giustamente chiesto di questa storia dell’ingegnere, che io ho dato per scontato tutti conoscessero.
errore imperdonabile. che rimedierò mandandovi qui.
c’è qualcosa che non va
Mi è arrivato un messaggio dal promettente titolo “Complimenti! Hai vinto questi due regali”.
Io non mi ricordavo di aver partecipato ad alcun concorso ma, cavolo, una vincita è sempre una vincita!
Apro la mail per vedere in che cosa consiste il premio e mi trovo:
CONGRATULAZIONI!
Sei Stato Scelto per ricevere 250 Biglietti da visita + Etichette Adesive Abbinate GRATIS
Questa Offerta non durerà molto.
AFFRETTATI!!
ORDINA ORA
Ovviamente mi sono affrettata. Però mi chiedo, perplessa, chi è che mi ha scelto? E perché? E che me ne faccio dei suoi biglietti da visita?
A questo punto l’unica speranza è che siano biglietti da visita di qualcuno d’importante.
Con l’autografo incorporato.
Così posso rivendermeli.
E rifarmi almeno in parte dello sproposito che mi è costato questo premio.
l’importanza di chiamarsi Antogno
Un attento lettore mi chiede come mai i titoli di quasi tutti i miei post ricalcano quelli di film, di canzoni o di libri.
La risposta è molto semplice. Mi capita talmente spesso di perdermi in quei mondi, che ormai non riesco più a staccarmene. Mi ritornano alla mente ogni volta che racconto qualcosa e si insinuano dentro al racconto, spesso stravolgendolo. Così li ringrazio, citandoli.
Questa volta ho deciso di spingermi oltre e di raccontare, come il protagonista di un libro che mi assomiglia molto, la mia prima volta.
Non so quanti anni avevo la prima volta. Dovevo essere molto piccola perché ricordo che per guardare in faccia la gente dovevo piegare la testa all’indietro, fino a farmi male al collo.
Ricordo gli imponenti cancelli grigi, il buio vociante al di là di quelli, la confusione.
Ricordo l’omone all’entrata. Doveva avere dei baffi enormi o, almeno, è così che lo rivedo adesso. Ricordo i miei che mi lasciano la mano, mostrano i tagliandi e passano oltre e quel gigante che mi ferma e mi chiede, col suo vocione: “E te dove credi di andare, bimba?”.
Ricordo il mio spavento. Ricordo di aver cercato lo sguardo dei miei genitori, che mi osservavano sorridenti.
Aspetto una loro parola, che non arriva.
“Ce l’hai il biglietto?” mi fa l’orco.
Guardo disperata i miei, imploro con gli occhi il loro intervento.
E invece se ne stanno lì a guardarsi e a ridere.
“Sono con loro” dico indicandoli, ma devo aver parlato troppo piano perché l’orco non mi ha sentito e ripete chinandosi minaccioso verso di me “Allora? Dove credi di andare senza biglietto?”
A quel punto mi sento morire, un ultimo sguardo verso mia madre, anche se non mi aspetto più alcun aiuto, e con quanta più voce riesco a raccogliere sussurro: “vado a vedere Antognoni…”
Uno scoppio di risa di adulti intorno a me.
Anche l’omone ride, mi fa una carezza sulla testa e mi fa ”allora vai, piccina, se devi vedere Antognoni puoi entrare”.
Del gran debutto ricordo poco altro.
Ricordo l’elettricità che mi circondava. Ricordo l’odore forte dell’erba. Ricordo con quanta cupidigia osservavo passare l’omino dei gelati. Avevo ricevuto un’educazione severa, avevo imparato presto a non chiedere mai. Aspettavo fiduciosa che notassero lo sguardo desideroso e l’acquolina che mi scendeva dalla bocca.
Ricordo di aver fantasticato di fare da grande la donnina dei gelati, tutta vestita di bianco e con quella bellissima borsa a tracolla piena di coni e bomboniere e chissà quante altre delizie.
Il primo ricordo veramente nitido è di qualche anno dopo. Mancava poco all’inizio della partita. Io e mia madre ci stavamo arrampicando sui gradoni della Maratona. Mia mamma aveva il pancione e arrancava nella salita. Era incinta di mia sorella più piccola. Ci eravamo avviate a cercare i posti, mentre papà parcheggiava. Quando alla fine anche lui è sbucato dalle scalette, mamma ha cominciato a chiamarlo sbracciandosi per farsi vedere: “Antonio. Antoniooo. Antoniooooo!”. Si gira un signore spazientito: “O signora, va bene che l’Antogno l’è bello, ma lo faccia almeno entrare in campo!”
Ps
Solo un anno dopo c’è stato lo scontro fra Antognoni e Martina.
Di quella partita ricordo tante cose. I cori, gli striscioni, la gente.
Ricordo il silenzio irreale che è piombato all’improvviso sullo stadio, una bolgia infernale fino a quel momento. Vedevo giocatori che ancora non riconoscevo correre verso quell’uomo, l’uomo "che fa aprire i cancelli", che rimaneva a terra, immobile. Il portiere avversario, il “cattivo”, mettersi le mani nei capelli. Sentivo gli spalti trattenere il fiato. Ero ipnotizzata dalla scena. Mi rendevo conto che il momento era tragico, la tensione si avvertiva fisicamente, ma non come quando c’era un calcio di rigore contro. Mi son girata verso mia madre e l’ho vista stravolta.
Fino ad allora per me lo stadio era stato un posto colorato dove si canta tutti insieme, si impreca liberamente (compresa la zia professoressa) e si mangiano i gelati.
Da quel giorno sono diventata tifosa.
finche la barca va
Magari vi piace il tennis. Magari siete amanti delle tradizioni, vi piace il buon vecchio serve and volley e considerate Wimbledon il più bel torneo sulla faccia della terra. Magari quest’anno la finale è una di quelle da leccarsi i baffi, con i due più grandi tennisti del momento che vivono anche una discreta rivalità personale che rende il tutto più drammatico. Magari avete pure in casa Sky, l’unico modo per vedere il torneo in tutto il suo splendore.
Però si dà il caso che Sky si trovi nel salotto. E nel salotto avete un padre. Che usa Sky per dormire. Sintonizza l’apparecchio sul canale Sailing e dorme. Con la cuffia nelle orecchie. E il telecomando incastrato sotto la zampa, che appena cercate di sfilarglielo si sveglia urlando che stava guardando quella trasmissione così interessante.
Allora voi vi sedete un attimo sul divano, guardando pubblicità patinata di barche che non potrete mai comprarvi. Immaginate una partita di tennis che esiste solo nella vostra mente. E piangete in silenzio. Per non svegliarlo.
Splendido splendente

Splendido splendente, nannanannna nanna nanna…
Attraverso le porte a vetri. Fortunatamente il supermercato non sembra troppo pieno. Non lo sopporto quando è affollato, mi sento soffocare.
Accidenti, perché diamine tengono l’aria condizionata sempre così forte? Tocca venire a far la spesa col golfino!
Che strano effetto che fa questo posto dai soffitti altissimi, i pavimenti bianchi, immacolati, e chilometri e chilometri di scaffali ordinati, coloratissimi. Una musica neutra e quasi impercettibile rende l’atmosfera ovattata.
Dunque, devo ricordarmi di comprare gli assorbenti a forma di petalo, dalla seduta confortevole. Il deodorante per la casa che fa gli sbuffi. Il detersivo per i pavimenti che fa cantare tutto il palazzo. E le pastiglie per la lavastoviglie.
Ecco, il reparto. Santo cielo, un intero, immenso, corridoio, tutto per le pastiglie per la lavastoviglie!
Ma quante sono? Quali saranno quelle che devo prendere io?
La pubblicità l’ho vista, ma non riesco a ricordare il nome… dai, erano quelle del “gioiello”. Ricordo anche la canzoncina, come faceva? Ma si, che la canticchiavo anche prima: “Splendido splendente, nannananna nanna nanna…”. Ecco, è questa, ma il nome del prodotto proprio… uhm… niente…
Provo a fermare qualche cliente.
“Scusi, lei mica si ricorda il nome delle pastiglie del gioiello”
“Ma certo, quelle con la musichina Splendido splendente.”
“Precisamente!”
“Aspetti, ce l’ho sulla punta della lingua. Mmmhhh… no, mi spiace, la marca non la ricordo proprio”
Provo a fermare un commesso, ma con scarso successo.
Adesso nel corridoio siamo una mezza dozzina a cantare tutti insieme il jingle e la gente che passa si ferma a guardarci. Poi, poco alla volta, si aggiunge al coro. In breve s’è formato un capannello vociante e stonato. Un addetto della sicurezza si avvicina con fare seccato per capire cosa stia succedendo. Ma viene inghiottito dalla folla e inizia cantare lui pure a squarciagola.
Ormai siamo così tanti che straripiamo nei corridoi accanto. La malattia si propaga velocemente e ovunque ti giri vedi solo persone che, abbandonato il carrello della spesa, si buttano nell’esibizione canora più terrificante alla quale abbia mai assistito.
Il canto si è trasformato infatti in un ululio dissonante e assordante.
Sbucano all’improvviso, recuperati forse nell’area riservata ai mobili da giardino, dei tavoli rotondi, sui quali salgono immediatamente delle signore con spacchi vertiginosi e tanta ciccia di fuori. Ballano come invasate. Gli uomini, sotto, battono le mani e si agitano frenetici.
I volti rossi e sconvolti fanno pensare più a prossimi infartuati che a persone gaudenti.
Decisamente lo spettacolo si sta facendo inquietante.
Tento di guadagnare l’uscita facendomi notare il meno possibile. Ho paura che cerchino di acchiapparmi e di riportarmi in mezzo a quel baccanale disperato.
Sono madida di sudore.
Scosto il lenzuolo.
Sono a letto?
Dio, è già ora di alzarsi.
Dell’addio al nubilato della scorsa notte mi rimane solo una forte emicrania. E la canzone della Rettore conficcata nella testa.
Splendido splendente, nannananna nanna nanna…
altrimenti ci arrabbiamo

Ieri sera ci ho riprovato.
Mi sono accomodata ben bene sulla sedia più scomoda di cucina e mi sono apprestata a seguire per una buona volta una puntata di Don Matteo. Se addirittura riesce a distogliere mia madre dalle parole incrociate, vorrà dire che è interessante.
Insomma, ero davvero armata delle migliori intenzioni. Eppure… eppure dopo cinque minuti ho cominciato a smaniare. Dopo dieci mi agitavo sulla seggiola. Dopo venti ho dovuto alzarmi a fare un giro.
Vederlo così è stato un vero e proprio choc. Ma come, non può essere lui!
Lui si sarebbe attaccato a una trave e, oscillando, avrebbe travolto i cattivi con dei calcioni ben assestati. Si sarebbe abbassato all’improvviso per evitare il gancio di un bruto che avrebbe così colpito un suo amico.
Avrebbe stordito i nemici, con dei cazzottoni alle orecchie. Sarebbe saltato su un tavolo, si sarebbe appeso a un lampadario, insomma… sarebbe stato Terence Hill!
E invece cosa vedo?
Vedo un uomo con la sua faccia, giusto un poco più gonfia, con un annacquato sorriso tutto-denti, e con i suoi occhi ancora brillanti mettersi a ragionare, predicare, convincere i malvagi ad arrendersi!
Ma no! Cosa direbbe Bud, il grande Bud, mio primo amore di celluloide, davanti a una scena del genere?
Sbufferebbe, scuoterebbe lievemente la testa. E gli girerebbe le spalle. Magari nella segreta speranza che il vecchio compagno di tante risse, dopo un momento di pausa, lanci da un lato la bicicletta e gli si attacchi alle costole, sorridendo col suo sghembo sorriso fatale.
Terence, getta quella tonaca!


