cose che ho imparato

di maia, 20 Dicembre 2007

quando in ufficio l’atmosfera è lugubre
e la radio è bandita,
anche le musichine d’attesa telefonica possono creare dipendenza.

Al punto che quando ti rispondono, sei fortemente tentato di attaccare e ritelefonare.

POLTERGEIST (sono intorno a noi) Parte II

di maia, 18 Dicembre 2007

Che poi mi son sempre considerata una persona mediamente intelligente. Non tanto intelligente o troppo intelligente. Mediamente intelligente. Di quelle che dei quiz in tv conoscono ogni argomento. Di quelle che si indignano per la stupidità delle domande. Di quelle che rimpiangono i bei tempi in cui non c’erano tutti questi “aiutini”.
Di quelle che, mentre il conduttore ancora legge la domanda, prima che escano le quattro opzioni fra cui scegliere, inarcano il sopracciglio, sbuffano e mormorano schifati un “che cazzata!”.
E se i familiari, mediamente intelligenti anche loro, ma un po’ meno, chiedono “ah sì? E qual è la risposta giusta?”, incominciano vergognosamente a prendere tempo, imbastiscono uno studio semiologico sul vero significato del quesito, partendo da eva e il frutto proibito (tanto si sa che tutto è partito da lì e lì ritorna), fino a che il concorrente non ha risposto. Se particolarmente bravi, riescono a pronunciare la loro risposta giusta quasi in sincrono con il conduttore.
Ecco, io sono di quelli talmente abili, che sembrano sempre dare la risposta addirittura prima della tv.
Sono intelligente, dicevo. Mediamente intelligente.
E allora perché non mi sono accorta di nulla?

Perché francamente era poco credibile.
Tu sei lì, che ti licenzi.
Magari semplicemente ti è venuto a noia il colore delle scrivanie.
E allora decidi di andartene.
Fai la tua bella letterina di dimissioni. La guardi, te la riguardi… Mentre attraversi i corridoi a passo di carica, sei preso da una strana euforia. Canticchi Wagner, anche se non ti piace. Ti senti un poco come un esploratore. Un eroe. Il cambiamento. Lasciare il noto per l’ignoto… Ti fermi davanti alla porta del capo, conscio del momento. Sai che non si torna indietro. Come disse Cesare, Gallia est omnis divisa… Tiri un bel sospiro.
Bussi.
Consegni con aria trionfante.
Torni al tuo posto e usi il pc del tuo ormai ex ufficio per mandare il curriculum a giro.
Ti rispondono in meno di mezz’ora.
Stavano cercando proprio te! Cercavano uno con la tua qualifica, le tue conoscenze, le tue esperienze!
Ti stavano aspettando da giorni, da mesi, da anni!
Sei entusiasta.
Vai al colloquio.
Ti ricevono Gianni e Pinotto.
E qui qualche dubbio doveva venirti.
Quello basso e con una massa di capelli unti ti investe di parole. L’altro, quello alto senza capelli, forse muto, inciampa e per fingere disinvoltura si aggrappa alla sedia, trascinandola a terra in un rimbombo assordante.
Sono buffi, ti dici. Mi divertirò.
Ti mostrano la stanza in cui lavorerai.
Curiosamente le colleghe sono tutte in cappotto, sciarpa e guanti. Saranno appena rientrate dalla pausa caffè, ti dici.
C’è un bellissimo bar dall’altro lato della piazza. Mi divertirò un mondo.
L’atmosfera è solare, merito di quelle luci non troppo forti, che colorano tutto di un allegro arancione.
L’ambiente è importante. Cavoli se mi divertirò!
Senza contare la distanza da casa. Otto minuti a piedi. Addio costosissimi abbonamenti a bus che non passano mai, addio all’angoscia di essere perennemente in ritardo.
Dio, questo posto è il paradiso!

Poi, una alla volta, cadranno tutte le fette di prosciutto.
Il contratto proposto è di prova, un mese. Che vuol dire stipendio basso e tu che lavori come un ossesso, per ben figurare e farti assumere in pianta stabile.
Le colleghe sono tutte imbacuccate semplicemente perché il riscaldamento non funziona e se provi ad attaccare la stufetta elettrica, salta la corrente.
Impianto vecchio, dicono.
La pausa caffè non esiste, tranne che per Gianni e Pinotto. Loro verso le undici trillano contenti: “ragazze, noi andiamo a prenderci un bel caffè. Con questo freddo è proprio quello che ci vuole!”.
La luce così solare altro non è che lampadina poco costosa. Pochi watt, poca luce, poca vista.
A fine giornata torni a casa con un mal di capo che ti fa sragionare. Prendi in seria considerazione l’ipotesi di tagliarti la testa per bloccare il dolore.
E poi tante piccole cose che la prima volta non avevi notato.
Le mattonelle rotte tenute insieme dallo scotch da pacchi.
Il bagno, adibito a magazzino, con le finestre dai vecchi infissi gonfiati dall’umido e dalla pioggia che non si chiudono più, cosicché una lieve brezzolina invernale allieta le tue pause di riflessione…

E Gianni e Pinotto… quello che inizialmente ti era parso uno buffo modo di comportarsi, si rivela per quello che è.
Quei due non sono normali. Quei due in realtà sono due alieni.
O spiriti maligni.
Ma certo! Il palazzo deve essere stato costruito su un camposanto e gli spiriti residenti si sono offesi! Così lo hanno invaso. I due più imbranati hanno preso possesso di questo ufficio. Ed hanno cominciato a distruggerlo. Così si spiega la devastazione, gli strani rumori, le porte che sbattono in continuazione, le urla disumane che riempiono i corridoi…
Guardo con terrore la stufetta spenta. Non è che mi risucchia dentro?

Vabbè, mi consolo, almeno non arrivo mai in ritardo.

poltergeist sono intorno a noi parte II (versione splinderiana)

di maia, 18 Dicembre 2007

Che poi mi son sempre considerata una persona mediamente intelligente. Non tanto intelligente o troppo intelligente. Mediamente intelligente. Di quelle che dei quiz in tv conoscono ogni argomento. Di quelle che si indignano per la stupidità delle domande. Di quelle che rimpiangono i bei tempi in cui non c’erano tutti questi “aiutini”.
Di quelle che, mentre il conduttore ancora legge la domanda, prima che escano le quattro opzioni fra cui scegliere, inarcano il sopracciglio, sbuffano e mormorano schifati un “che cazzata!”.
E se i familiari, mediamente intelligenti anche loro, ma un po’ meno, chiedono “ah sì? E qual è la risposta giusta?”, incominciano vergognosamente a prendere tempo, imbastiscono uno studio semiologico sul vero significato del quesito, partendo da eva e il frutto proibito (tanto si sa che tutto è partito da lì e lì ritorna), fino a che il concorrente non ha risposto. Se particolarmente bravi, riescono a pronunciare la loro risposta giusta quasi in sincrono con il conduttore.
Ecco, io sono di quelli talmente abili, che sembrano sempre dare la risposta addirittura prima della tv.
Sono intelligente, dicevo. Mediamente intelligente.
E allora perché non mi sono accorta di nulla?

Perché francamente era poco credibile.
Tu sei lì, che ti licenzi.
Magari semplicemente ti è venuto a noia il colore delle scrivanie.
E allora decidi di andartene.
Fai la tua bella letterina di dimissioni. La guardi, te la riguardi… Mentre attraversi i corridoi a passo di carica, sei preso da una strana euforia. Canticchi Wagner, anche se non ti piace. Ti senti un poco come un esploratore. Un eroe. Il cambiamento. Lasciare il noto per l’ignoto… Ti fermi davanti alla porta del capo, conscio del momento. Sai che non si torna indietro. Come disse Cesare, Gallia est omnis divisa…  Tiri un bel sospiro.
Bussi.
Consegni con aria trionfante.
Torni al tuo posto e usi il pc del tuo ormai ex ufficio per mandare il curriculum a giro.
Ti rispondono in meno di mezz’ora.
Stavano cercando proprio te! Cercavano uno con la tua qualifica, le tue conoscenze, le tue esperienze!
Ti stavano aspettando da giorni, da mesi, da anni!
Sei entusiasta.
Vai al colloquio.
Ti ricevono Gianni e Pinotto.
E qui qualche dubbio doveva venirti.
Quello basso e con una massa di capelli unti ti investe di parole. L’altro, quello alto senza capelli, forse muto, inciampa e per fingere disinvoltura si aggrappa alla sedia, trascinandola a terra in un rimbombo assordante.
Sono buffi, ti dici. Mi divertirò.
Ti mostrano la stanza in cui lavorerai.
Curiosamente le colleghe sono tutte in cappotto, sciarpa e guanti. Saranno appena rientrate dalla pausa caffè, ti dici.
C’è un bellissimo bar dall’altro lato della piazza. Mi divertirò un mondo.
L’atmosfera è solare, merito di quelle luci non troppo forti, che colorano tutto di un allegro arancione.
L’ambiente è importante. Cavoli se mi divertirò!
Senza contare la distanza da casa. Otto minuti a piedi. Addio costosissimi abbonamenti a bus che non passano mai, addio all’angoscia di essere perennemente in ritardo.
Dio, questo posto è il paradiso!

Poi, una alla volta, cadranno tutte le fette di prosciutto.
Il contratto proposto è di prova, un mese. Che vuol dire stipendio basso e tu che lavori come un ossesso, per ben figurare e farti assumere in pianta stabile.
Le colleghe sono tutte imbacuccate semplicemente perché il riscaldamento non funziona e se provi ad attaccare la stufetta elettrica, salta la corrente.
Impianto vecchio, dicono.
La pausa caffè non esiste, tranne che per Gianni e Pinotto. Loro verso le undici trillano contenti: “ragazze, noi andiamo a prenderci un bel caffè. Con questo freddo è proprio quello che ci vuole!”.
La luce così solare altro non è che lampadina poco costosa. Pochi watt, poca luce, poca vista.
A fine giornata torni a casa con un mal di capo che ti fa sragionare. Prendi in seria considerazione l’ipotesi di tagliarti la testa per bloccare il dolore.
E poi tante piccole cose che la prima volta non avevi notato.
Le mattonelle rotte tenute insieme dallo scotch da pacchi.
Il bagno, adibito a magazzino, con le finestre dai vecchi infissi gonfiati dall’umido e dalla pioggia che non si chiudono più, cosicché una lieve brezzolina invernale allieta le tue pause di riflessione…

E Gianni e Pinotto… quello che inizialmente ti era parso uno buffo modo di comportarsi, si rivela per quello che è.
Quei due non sono normali. Quei due in realtà sono due alieni.
O spiriti maligni.
Ma certo! Il palazzo deve essere stato costruito su un camposanto e gli spiriti residenti si sono offesi! Così lo hanno invaso. I due più imbranati hanno preso possesso di questo ufficio. Ed hanno cominciato a distruggerlo. Così si spiega la devastazione, gli strani rumori, le porte che sbattono in continuazione, le urla disumane che riempiono i corridoi…
Guardo con terrore la stufetta spenta. Non è che mi risucchia dentro?

Vabbè, mi consolo, almeno non arrivo mai in ritardo.

poltergeist sono intorno a noi parte I

di maia, 7 Dicembre 2007

ovvero, del perché sono improvvisamente sparita

Dunque, piccolo riassunto delle puntate precedenti.
Ormai assuefatta alle uscite dell’uomopalla, desiderosa di provare nuove esperienze, assetata di nuove emozioni, mi licenziai.
Disperazione e sconforto piombò fra le mie colleghe. Una mi si avvinghiò alle caviglie nel disperato tentativo di bloccarmi. “no, ti prego, non ci lasciare!” belava commovente, mentre moccoli verdastri lordavano il suo bel viso. Temeva che le toccasse il mio lavoro.
“Non temere, cara, in spirito sarò sempre con voi. vi porterò nel mio cuore, non vi dimenticherò mai. su, giuditta, ricomponiti!” “mi chiamo arianna, stronza!”
E così presi le poche cose che erano rimaste nei miei cassetti, ci feci un fagottino e me lo misi in spalla. Sognavo di farlo sin da quando, dolce bambina, guardavo Remì. Ah, bei tempi, le risate che mi facevo…
Mentre uscivo mi rimbombavano in testa i flebili vagiti dell’uomo-palla: ma… ma… quando ti ho detto cretina mica volevo offenderti! ma… ma… quando ho detto che non facevi nulla, mica intendevo dire che non facevi nulla… non andare, in realtà ti stimo, ti ammiro, ti voglio tanto bene… mi sento come un padre per te!
Senta, di padri rompiglioni ne ho già uno e mi basta e avanza! quindi la saluto!
Uno strano ticchettio accompagnava i miei pensieri. Come di metronomo sovreccitato, come di tacchi a spillo in piena corsa. No, questa è di nuovo genoveffa che mi rincorre per fermarmi.
Mi giro con la mia migliore espressione alla bud spencer dipinta sul volto ma non vedo nessuno.
Mi rigiro verso il portone, ma un vocino roboante alle spalle mi fa: che, ora non mi guardi nemmeno? non ne hai il coraggio, eh? Mi ririgiro. Abbasso lo sguardo ad altezza uomopalla e lo vedo lì, in posa plastica, a gambe larghe, ben piantate, un braccio levato alto contro di me, a sfiorarmi l’ombellico.
“tu!” l’aria tremò. e mille occhi si affacciarono dalle stanze.
“tu! tu rinneghi tuo padre!
sappi che se esci da quella porta, non potrai più tornare indietro.
se esci da quella porta, rimarrai per strada. misera. anche i vermi ti schiferanno. e non troverai mai più lavoro! mai più!
e vagherai nelle nebbie, sola e derelitta, per il resto della tua, brevissima, esistenza!”
“ok.”
Lanciai un ultimo sguardo verso le facce terrorizzate che mi fissavano, sorrisi e me ne andai.

piccolo grande uomo

di maia, 5 Ottobre 2007

Maiaaaaaaaaaa!
Ecco, ci risiamo…
Che poi io mi chiedo come una voce così imperiosa possa fuoriuscire da un esserino simile. Più largo che alto, sembra una pallina con le bretelle.
Mi avvio rassegnata verso la sua stanza.
Lo sento ribollire come una caffettiera tenuta troppo a lungo sul fuoco. So perfettamente cosa mi aspetta e quasi quasi rimpiango biagio antonacci che si lamenta dalla radio della mia stanza.
Busso alla Porta.
Avanti!
Respiro, entro.
Evita il mio sguardo, ribolle più forte. Sono ipnotizzata dal marrone innaturale del volto che cozza col candore immacolato della camicia.
Siediti!
Questo è davvero grave. Lui, il Grande Piccolo Capo, fa in modo di non trovarsi mai allo stesso livello delle proprie dipendenti. Quanti deliziosi balli di gruppo nelle riunioni di studio! Capo seduto - tutti in piedi! Capo in piedi - tutti seduti!
Ma adesso, annegato nell’enorme poltrona di pelle nera che lo fa sembrare ancora più piccolo, è troppo preso dal discorso che sta per farmi per pensare alla propria bassezza.
Certi uomini hanno l’altezza che si meritano, penso. È come se la natura si adeguasse alla statura morale.
 
PGC: Maia, ho aspettato che finissi le scadenze per parlarti. Ti ho visto in questi giorni rimanere fino a tardi in ufficio. E mi son chiesto il perché.

Maia: Per lavorare?

PGC: Per lavorare… certo. È vero, hai molte ditte da gestire… è vero, è un periodo duro settembre… però tutte queste ore…
Vedi, io più che vostro datore di lavoro, mi sento come vostro padre. Mi preoccupo per voi. Non voglio che rimaniate così tanto tempo chiuse in ufficio. Non va bene per voi, che vi fate scorrere fra le dita attimi importanti della vostra vita, attimi che non ritorneranno, attimi che una volta passati, saranno persi per sempre. E non va bene per me, che mi sento in colpa a sapervi ancora a lavoro mentre io sto cenando.
E da padre vi dico: c’è un tempo per lavorare ed uno per vivere!
Lavorare per vivere, non vivere per lavorare!
E poi, in fondo, se uno ha bisogno di rimanere oltre l’orario, vuol dire che non ha lavorato bene durante la giornata!

Maia: ha ragione capo, sono mortificata. Sa una cosa? Lei non me li paghi!

PGC: molto bene, molto bene. A proposito, ti ho assegnato sei nuovi fascicoli.
Domani mattina alle otto li voglio sulla mia scrivania.

Postato in a lavoro | 20 Commenti 

september morn (è tempo di migrare *)

di maia, 1 Ottobre 2007


Settembre è un mese strano. Che ho sempre amato, per i colori, il clima, il senso di dolce malinconia… E sempre odiato, perché rappresenta il ritorno alla routine.
Il ritorno a scuola. O al lavoro.
Ma da qualche anno è diventato un vero è proprio incubo.

Settembre è, infatti, il mese dei modelli viventi. No, non i modelli belli, tipo quelli di armario, sauronel, edo saint antoine o fEndi, e nemmeno quelli che son diventati commessi dalla apple…
No, parlo dei terrorifici MODELLI 770.
Lo so, voi pensate che esageri. Ma lasciate che vi spieghi. Avete presente spiderman II in cui lo scienziato buono stava inventando una cosa buona per il bene dell’umanità (buona)? E poi questa cosa gli è sfuggita di mano e non solo è diventata cattiva, ma ha fatto diventare cattivo lui pure?
Bene, è la stessissima cosa.
Un giorno un ragioniere pazzo ha inventato una dichiarazione che serve per verificare se i datori di lavoro pagano effettivamente allo stato le tasse che trattengono in busta paga ai loro dipendenti. Per evitare il rischio che se le tengano loro e ci facciano, che so, crociere con la moglie o ci comprino macchine nuove per i figli…
Bene, all’improvviso questa cosa ha preso vita propria, è cresciuta, si è riprodotta e, da poche pagine che era, è diventata un librone mastodontico, pieno di complicatissimi richiami, istruzioni incomprensibili e veri e propri tranelli tesi ai danni del povero compilatore. Il quale, per un mese all’anno, viene completamente risucchiato, fagocitato, masticato, digerito e poi sputato fuori in condizioni pietose.
È come se ogni anno perdesse un intero mese di vita. Di quello che gli accade intorno non sa niente, non vede niente, non sente niente. Non sa cosa succede nel mondo, ma nemmeno quello che capita nella propria famiglia.
Questa, ad esempio, è una conversazione tipica da primo ottobre in casa rompiglioni:

sorella di maia: oh, ciao!

maia: oh, ciao! come stai? e lei chi è?

sdm: Come chi è, è mia figlia!

maia: Tua figlia? Cioè tu hai una figlia? E da quando?

sdm: Come da quando? È nata tre mesi dopo il matrimonio!

maia: Oddio… sei sposata? E quando è successo?

sdm: Il primo settembre, no?

Maia: …
ma te l’ho fatto il regalo?

Così mi son persa un sacco di belle cose, mi dicono.
Mi son persa la nascita di tre nuovi partiti. Le uscite di Mastella e Dini e di tutti quei deputati della maggioranza che votano contro la maggioranza per il bene della maggioranza. Mi son persa il Girolamo Grillo imprecante e il coro dei politici offesi. Mi son persa gli sviluppi (?) di Garlasco e qualche gossip.
Mi son persa anche delle vere notizie.

Adesso che ho un po’ di tempo devo rimediare. Riallacciare amicizie, recuperare il rapporto coi parenti, convincere la mamma che è proprio sua figlia maggiore quella che si siede a tavola a fianco a lei.
E ascoltare la mia musica preferita.
E dedicarmi al mio mac, che ho lasciato abbandonato sulla scrivania.
E rimettermi in pari con l’attualità, leggendo i giornali arretrati. Una parola per pagina.
E riprendere in mano i libri rimasti sconsolatamante abbandonati a prendere polvere.
Via, stasera mi dedicherò a Saramago, che mi occhieggia dal comodino con la sua Cecità.

* NB sia chiaro, il poeta che più odio viene qui citato solo per amicizia.
Non è che sono amica del poeta, eh. E’ che a un mio amico piace.

c’è qualcosa che non va

di maia, 16 Luglio 2007

Mi è arrivato un messaggio dal promettente titolo “Complimenti! Hai vinto questi due regali”.
Io non mi ricordavo di aver partecipato ad alcun concorso ma, cavolo, una vincita è sempre una vincita!
Apro la mail per vedere in che cosa consiste il premio e mi trovo:

CONGRATULAZIONI!
Sei Stato Scelto per ricevere 250 Biglietti da visita + Etichette Adesive Abbinate GRATIS

Questa Offerta non durerà molto.
AFFRETTATI!!

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Ovviamente mi sono affrettata. Però mi chiedo, perplessa, chi è che mi ha scelto? E perché? E che me ne faccio dei suoi biglietti da visita?
A questo punto l’unica speranza è che siano biglietti da visita di qualcuno d’importante.
Con l’autografo incorporato.
Così posso rivendermeli.
E rifarmi almeno in parte dello sproposito che mi è costato questo premio.

eureka

di maia, 13 Giugno 2007

Me ne stavo tranquillamente spaparanzata alla mia scrivania a giocare a morra cinese con me stessa, piuttosto irritata dal fatto che fosse sempre la mano destra a vincere, quando l’immobile silenzio che aveva preso possesso di tutto l’ufficio è stato squarciato da una sirena.
A giudicare dal tonfo nella stanza accanto, quel suono, sinceramente antipatico, doveva aver fatto svegliare di soprassalto la mia collega ed averla precipitata sul pavimento.
Dannazione, mica ci avranno chiuse di nuovo dentro?
Mirella! Una collega del piano di sotto, costantemente persa nel suo mondo. Capita si alzi improvvisamente dalla scrivania, inserisca l’allarme, esca e chiuda a chiave l’ufficio, senza dire nulla a nessuno. Se succede durante la giornata, di solito le urla e gli strepiti delle altre colleghe e dei clienti riescono a fermarla in tempo.
Se succede nel pomeriggio, quando rimaniamo una per stanza e ci concediamo chi un meritato riposo, chi una telefonata intercontinentale, chi giochi intellettivamente superiori per tenere sveglia la mente, è difficile che qualcuno se ne renda conto. Così la prima che si alza dalla scrivania e si mette a girare per l’ufficio fa scattare la sirena.

“Mirellaaaaaaaaaaaaaaaaaaaa!”
Un unico ruggito si leva da tutte le stanze.
“Che c’è?”
Uhm… se Mirella è qui, questo non può essere l’antifurto.
Improvvisa, una lieve pioggerella inizia a posarsi, delicata, sui nostri capi e sui pc accesi e sui fili della luce, scoperti.
Una porta si apre, sbattendo violentemente contro il muro.
Un ometto paonazzo in volto muove freneticamente le minuscole zampette e si precipita, con il cestino della carta verso il bagno.
Sentiamo aprirsi lo scroscio della doccia.
Sentiamo anche un forte odore di bruciato misto a quello, inconfondibile, di sigaro invadere il corridoio.
“Che avete da guardare? E’ successo che… e’ successo che stavo cancellando delle scritte da un foglio, ho sfregato così forte con la gomma da produrre scintille… che sono cadute nel cestino! E poi… e poi un raggio di sole più forte degli altri è penetrato dai vetri, è passato attraverso le lenti dei miei occhiali e ha colpito le cartacce del cestino, dando vita ad un principio d’incendio. Avete presente Archimede Pitagorico, no?
Ma ora è tutto sotto controllo.
Tornate alle vostre occupazioni! Svelte!”
Aiuto la mia collega a rialzarsi.
Ci guardiamo in faccia, uno sguardo veloce al cielo plumbeo fuori dalle finestre, uno sguardo al capo che rientra con nonchalance nella sua stanza.
E torniamo alle nostre occupazioni.

Accidenti, la destra, ancora!

piccolo manuale di sopravvivenza quotidiana

di maia, 5 Giugno 2007


C’è poco da fare, quando un padre va in pensione, tutti gli equilibri familiari faticosamente raggiunti in anni di compromessi rischiano di saltare come tappi di spumante di pessima qualità (ché quello buono un pensionato medio non se lo può permettere).

E’ vero però che non tutti i padri vivono l’avvicinarsi del grande momento allo stesso modo.

Ci sono quelli che hanno passato gli ultimi dieci-venti anni della propria vita a contare i mesi, i giorni, i minuti e i secondi che li separano dal meritato riposo.
Sono quelli che non sopportano nulla del loro lavoro. Lo vivono come una prigionia.
Passano tutto il tempo a progettare minuziosamente cosa faranno una volta che riprenderanno possesso della propria vita. Organizzano viaggi immaginari in luoghi esotici, spesso in compagna della moglie, molto più spesso in compagnia di quella segretaria del primo piano, giovane e carina, che non hanno nemmeno il coraggio di invitare a prendere un caffè.
Sono quelli che finiscono immancabilmente a leggere il giornale su una panchina della piazzetta sottocasa, prima di andare a comprare il pane o accompagnare la dolce metà dal parrucchiere.

Ci sono, poi, quelli che hanno vissuto tutta la loro vita per il lavoro. Entrano in ufficio la mattina presto, ne escono a notte ormai fonda, tutti tesi a raggiungere le uniche cose che contano: soldi e carriera. Loro della segretaria del primo piano son già stufi. Altro che portarsela in vacanza, cercano piuttosto un modo per liberarsene senza che pianti eccessive grane.
Sono padri che hanno già pianificato tutta la propria vita post-pensione. Hanno preso accordi con ditte cui fare da consulenti, con uffici di cui supervisionare la parte organizzativa, con fiorai presso i quali fare i fattorini a nero.
Questi sono i padri migliori: praticamente invisibili ai familiari dopo la pensione esattamente come lo erano prima.

E poi ci sono i tipi peggiori.
Sono una via di mezzo delle due categorie precedenti.
Odiano il proprio lavoro, ma vivono per esso. Non sopportano, cordialmente ricambiati, nessun collega, nessun superiore, nessun sottoposto, nessuna segretaria. Epperò non riuscirebbero a starne lontani. Vivono il momento del distacco come un trauma. Sono assaliti da veri e propri attacchi di panico.

Se avete un padre come questo, è necessario arrivare all’appuntamento con il gran giorno ben preparati.
E’ pensando a loro (ed a voi che ve li ritrovate in casa) che ho deciso di redigere questo agile manualetto di consigli di sopravvivenza.

Punto primo: non nominate mai la parola “pensione” invano. Al solo sentirla pronunciare, Lui rischia di esplodere in reazioni incontrollate, che possono andare dal pianto a dirotto, alla furia più cieca.
Esempio tipico di discussione con familiare poco accorto:

- pensione? Ho sentito bene? Chi ha detto “pensione”?
- No, papà, stavamo parlando del babbo di una mia amica.
- Ah, ecco, perché io sono troppo giovane per la pensione! Figurarsi se devo pensare alla pensione io!
- Beh, papà, in fondo ha 68 anni e 50 di servizio…
- E allora? Stai dicendo che sono vecchio? Ma guarda che figli che mi ritrovo, mi danno del vecchio! Vecchio a me! E’ proprio vero, non c’è più rispetto! Eh, ma ai miei tempi… (ad lib.).

Punto secondo: istituite delle riunioni segrete, in un posto che il padre non potrà mai scoprire, tipo la cucina (appena dopo i pasti, mi raccomando, altrimenti rischiate di trovarvelo nascosto nel frigorifero) o nella zona lavatrice, e date il via ad un brain storming.
La cosa più importante in queste situazioni è, infatti, trovare con largo anticipo un hobby che lo terrà lontano da casa il più possibile.
Non perché non gli volete bene, è chiaro, solo che questo esemplare è estremamente pericoloso per la salute mentale della moglie. La quale assaggia ogni santa domenica quello che l’aspetta quando se lo ritroverà fisso in casa. Questo tipo di padre è infatti di quelli che non muovono un dito nei lavori domestici, ma passano tutto il tempo alle costole della povera consorte che lava, spolvera, pulisce, indicando dove dare un’altra passata e rimproverandola per la scarsa perizia dimostrata.
E’ chiaro che una qualunque madre, per quanto paziente, non potrebbe sopportare per più di un paio di giorni una simile situazione.
Per questo è necessario portarle il marito lontano dai piedi.
Il problema è che un padre del genere è convinto di saper già fare tutto. E’ inutile proporgli corsi di fotografia, falegnameria, cucina, idraulica, disegno e qualunque altra cosa vi possa venire in mente. Vi risponderà che sono tutti inutili e che anzi lui potrebbe dare facilmente lezioni agli altri.
 
L’unico modo per cavarne le gambe, è giocare d’astuzia.

Ed ecco quindi il terzo consiglio: siate subdolamente falsi. Mai come in questo caso il fine giustifica i mezzi.
Basta pensarci un attimo, qual è la principale molla che spinge questo tipo di padre nella propria vita di relazione? Ma è molto semplice, lo spirito di competizione!
Bene, fategli credere che ammirate il padre di un vostro amico o un suo conoscente, meglio se notoriamente cretino, per una qualche abilità che lui non possiede, un’attività che non ha mai nemmeno sentito nominare.
Vedrete che non vorrà essere da meno.
Esempio di discorso falso e subdolo:

- certo maia, hai visto il Pingi come è bravo a fare l’ikebana? E dire che sembrava tanto deficiente, ma evidentemente ci stava solo pigliando per i fondelli. Uno così bravo a fare ikebana non può che essere un genio.
- Il Pingi? Ma che dite, quel cretino? Ma se è un minorato psichico!
- Sarà, ma intanto fa un’ikebana…
- Ma lo so fare anche io l’ikebana! E meglio! Mille volte meglio!
- Scusa papà, ma tu nemmeno sai cos’è…
- Vabbè, qualunque cosa sia, io lo faccio meglio!
- Sarà… (con subdola alzata di sopracciglio e sorriso beffardo)
- Come osate mettere in dubbio…
- Papà, non ti alterare. Quella dell’ikebana è un’arte antica, che richiede anni di studio, applicazione costante e una mente brillante. Il Pingi evidentemente ce l’ha…
- Ma tu guarda queste! Ma sentile…… ora vi faccio vedere io! Datemi l’elenco del telefono!

Quarto consiglio: vedete di trovarvi molto, molto lontano quando vostro padre si renderà conto di aver sborsato un mucchio di soldi per delle costosissime lezioni su come disporre i fiori.

delirio vano è questo!

di maia, 10 Maggio 2007

- Buon giorno, telecom, sono Simona, come posso esserle utile?

- Buon giorno, sono la sorella di maiab, vorrei installare nel mio ufficio il pacchetto base adsl + telefono.

- Benissimo. può farlo su internet.

- Ehm… mi scusi, forse non ha capito, io la connessione la vorrei acquistare, ora.

- Benissimo. va su internet, sceglie il pacchetto che preferisce e lo sottoscrive.

- Si, questo lo potrei fare se già avessi una linea internet attiva. Ma non ce l’ho. E’ per questo che sto chiamando!

- Beh, e dove sta il problema? Lei adesso va su internet, sottoscrive l’abbonamento che preferisce, poi si collega e se ha problemi mi richiama!

- …

Senta, e se mi abbonassi a quello full optional?

- Ma certo! Ottima scelta! Allora mi dia nome e cognome, codice fiscale…

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