Il Mistero del Sacro Plin Plin (Plin)

di maia, 22 Luglio 2008

(Dove si parla di portentosi mantra, misteriosi vendicatori e acque della salute)

E’ buffo, però a volte le scoperte più importanti (e inquietanti) della vita si fanno per puro caso.
Un tizio si fa una pennica sotto un albero e gli cade una mela in testa.
Oppure un altro sta a guardare le crepe del soffitto di una chiesa e si accorge che il lampadario dondola.
O un altro ancora pensa di andare a farsi una tranquilla crociera fino fino in Tailandia navigando su rotte ignote al turismo di massa e si ritrova in un continente sconosciuto1

Così io ho finalmente risolto uno dei più tormentati crucci della mia esistenza grazie ad una battuta di andrea.

Sono anni che mi chiedo quale oscura forza mi tenga ancora avvinta alla canzoncina della pubblicità di una marca di pasta.

L’antica nenia recitava così: “PLIN PLIN PLIN, TORTELLIN! con due uova di gallina ed un chilo di farina, carne, grana, prosciuttini, ecco i veri tortellini…”

Il fenomeno mi terrorizzava, nessuna ipotesi razionale poteva spiegare l’enorme potere esercitato da una filastrocca pubblicitaria sul mio cervello. Quando prende possesso della mia testa nulla più riesce ad allontanarla e mi ritrovo a canticchiarla per ore ed ore (orribili ore) ininterrottamente. Come un disco rotto.

Non sapevo più cosa fare. Temevo di essere posseduta dallo spirito dei prosciuttini assassini. Che, sterminati dai produttori di tortellini, erano tornati in vita per uccidere tutti quelli che ne avevano mangiati.
E la morte a seguito di canzoncina perpetua è una morte orribile, vi assicuro.

Ma adesso tutto un mondo mi si è aperto davanti agli occhi.
Le paure si sono dissolte, una spiegazione razionale c’è.

E’ il misterioso potere del Mantra Plin Plin che seduce le menti e le conquista.

Niente più notti insonni, niente incubi pulp in cui schiere di porchette marciano in fila serrate per la conquista della terra!

E’ solo un mantra!

Però…
Però a pensarci bene un terribile dubbio si insinua.

E le acque della salute che fanno fare plin plin?
Che c’entrano loro?
Perché i pubblicitari hanno scelto proprio quella parola?
Quale collegamento può esistere fra una marca di tortellini e le vie pimplinarie?
Che in realtà i committenti della pubblicità sappiano qualcosa che noi non sappiamo sul potente mantra?
E chi sono in realtà questi committenti?
Che siano semplici produttori di acque della salute non se la beve nessuno!

Ma certo, è un complotto!
Le suore e i maiali assassini vogliono sottometterci tutti a suon di canzoncine e frequenti ritirate nei bagni!

Che qualcuno ci salvi dai porcellini!
Che qualcuno ci salvi dalle suore pulite dentro e belle fuori!

  1. sconosciuto a lui, non certo ai Templari, che in America ci andavano regolarmente da centinaia di anni seguendo le rotte dei vichinghi. Solo che, esosi com’erano, avevano istituito solo viaggi in business class e con la crisi delle stoffe da vela, che a quei tempi avevano superato la soglia psicologica dei 200 fiorini a metro quadro, nessuno poteva più permettersi il prezzo del biglietto. Fu così che gli uomini si scordarono delle nuove terre. Finché non ci arrivò questo genovese erotomane. Che altro che manie di scoperta, altro che spirito di avventura. Lo sappiamo tutti benissimo che cosa ci voleva andare a fare in Tailandia…. []

La Privata Repubblica e la Pubblica Reprimenda

di maia, 7 Luglio 2008

Dunque, stavo per scrivere un gran bel pezzo comico, poi ho letto questo e mi sono avvilita.
Per quanto mi possa spremere, non raggiungerò mai tali vette.

Riassumendo per i non informati (e quelli che hanno poca voglia di leggere il corriere, quanto li capisco), stamani esce un pezzo su un blog, un gran bel blog, a proposito delle famose intercettazioni-che-non-ci-sono. Tutti sanno che esistono, tutti sanno di che cosa parlano, ma nessuno le ha mai viste.
Il tenutario di questo blog, un gran bel blog, non so se ve lo avevo già detto, se ne esce con una versione tutta sua di queste fantomatiche intercettazioni.

Il pezzo è chiaramente satirico e assolutamente ben fatto, al punto che un noto sito giornalistico (?) scambia la boutade per vero scoop e come tale lo rivende.
Ignorando gli avvertimenti dell’autore, che pubblicamente dichiara il pezzo una bufala.

Apriti cielo: il noto sito giornalistico (?) è così stimato che subito la “notizia” viene ripresa dalle agenzie di stampa.

Tempo pochi battiti di ciglia e le cateratte si aprono, il povero signor LPR viene travolto da dichiarazioni sdegnate di Ghedini (!), Confalonieri (!!) e chi più ne ha più ne metta.

E’ una vergogna, è diffamazione, non si scrivono queste cose!

La polizia postale minaccia la chiusura del sito, più veloce ancora è la massa di internauti che si riversa sul blog, bloccandone l’accesso per ingorgo informatico.

L’autore, perplesso, rimugina.

I suoi lettori con lui.

Più o meno bello.
Più o meno riuscito.
Più o meno volgare, era un pezzo satirico.

Vien voglia di scriverci un pezzo comico, per stemperare, per restituire alla vicenda la leggerezza che le compete.

Poi si legge che lo stimato Signor Dagospia rimprovera l’incauto blogger per l’eccesso di volgarità esibita.
Di più, si esibisce, paladino del buongusto, in una vera e propria reprimenda pubblica, in una lezione di savoir faire.

E con questa uscita, sinceramente, non c’è battuta che possa competere.

Ps se ne parla anche qui.

AGGIORNAMENTO.
è ufficiale, il sito è stato oscurato e due articoli sequestrati.
Siamo ben oltre il senso del ridicolo.

Ultime dalla tv

di maia, 15 Gennaio 2008

Dopo l’enorme successo riscosso da “Batti le bionde”, su italia uno si apprestano a lanciare altri quiz con lo stesso intento di smontare vieti luoghi comuni.
Sono già pronte le puntate pilota di “Donna nana tutta tana” e “Donna al volante pericolo costante”.
A seguito delle proteste del conduttore cui verrà affidato l’intero blocco delle trasmissioni, gli autori si son visti invece costretti ad abbandonare l’idea del rivoluzionario “Tira più un pelo di fica…”.
“Qui si stava francamente trascendendo” dichiara indignato Papi in conferenza stampa “è vero che in tv ormai se ne vedono di tutti i colori, ma un carro di buoi è veramente troppo!”

nuovo cinema paradiso (ovvero consigli per il fine settimana)

di maia, 2 Novembre 2007

Ieri sera un amico mi ha portato a vedere l’ultimo film di Coppola.
Con l’inganno. Io credevo di andare a vedere i Vanzina.
Il cinema prescelto è uno dei più scomodi di Firenze. Di quelli con le file di poltroncine talmente attaccate le une alle altre, che ogni volta che cerco di accavallare le gambe rimango incastrata nello schienale di quello davanti.
Abbiamo scelto il secondo spettacolo pomeridiano, per evitare l’effetto abbiocco e l’eccessivo afflusso di gente.
Siamo arrivati con un certo anticipo, ed abbiamo fatto benissimo. All’entrata c’è una calca spaventosa. Non è possibile, non saranno tutti qui a vedere il nostro film!
E invece sì. Tutti per FFC.
La signora alle mie spalle ha evidenti problemi di incontinenza. Incontinenza motoria, intendo. È tutta un agitarsi, spintonare, tirarmi gomitate nel bel mezzo della schiena.
All’apertura delle porte, la massa si riversa nella sala in maniera scomposta, con una foga che nemmeno all’apertura del nuovo Mediaworld di Empoli. Non si salvano donne e anziani. I bambini sì, visto che non ce ne sono.
La corsa alla conquista del posto migliore è drammatica. Tutti cercano di accaparrarsi le poltroncine centrali. Alcuni ritardatari, subdoli e velocissimi, riescono ad insinuarsi sotto le terga di chi si stava sedendo, sicuro del posto suo. Sembra di assistere ad un torneo collettivo di sbarbacipolla.
Noi ci allontaniamo dalla ressa e ci scegliamo dignitosissime poltroncine quasi-centrali vicino allo schermo.
Appena seduta, l’Uomo Alto col Cappello entra nella fila avanti alla mia.
Poco male, ormai sono rassegnata. Ogni volta che vado al cinema, nei due posti davanti a me siedono sempre l’Uomo Alto Col Cappello e la Donna Con Il Cesto Di Capelli. Tanto che ormai ho sviluppato una tecnica di visione ondulatoria. Incuneo i miei occhi negli spazietti che le loro teste lasciano vuoti, spostandomi al ritmo dei loro spostamenti. In pratica vedo i film in eterno movimento, ma in fondo questo mi piace. È un po’ come guardare un film sul ponte di una nave. E io adoro il mare.
Ma… un momento! L’Uomo non si siede proprio davanti a me! Miracolosamente sceglie la poltroncina affianco, facendo scorrere anche la Donna Con Il Cesto Di Capelli!
Questo è un segno del destino. Vuol dire che sto per vedere un film fuori dal normale.

Si spengono le luci.
Inizia.
Siamo subito nel mezzo dell’azione.
Azione…
In effetti il film fuori dal comune lo è.

Al primo minuto vediamo un vecchio, distrutto, fallito che medita il suicidio.

Al quinto minuto vediamo il vecchio, da giovane, che viene piantato dalla sua bella che gli dice cose come:
la realtà può essere X
O non-X
O X e non-X mischiate insieme.
O non X e non-X mischiate insieme.

Al decimo stiamo guardando un film sul sogno, l’inconscio, il doppio.

Al ventesimo stiamo guardando un film sui mutanti e i loro superpoteri.

Al trentesimo un film sulle aberrazioni del nazismo.

Dopo un’ora vediamo un film d’amore.

Dopo un’ora e venti un film sul conflitto fra la sete di conoscenza e l’amore.
La ragazza amata ovviamente è la reincarnazione di quella che l’ha piantato filosoficamente.
Chiaramente stiamo assistendo a un film sulla ciclicità del tempo.

Dopo due ore, nel silenzio denso della sala, accecata da specchi che vanno in frantumi, si alza nitida una voce “ma non finisce mai?”.
Un sorriso divertito percorre tutte le poltroncine. Si avverte benissimo.
Io ho la schiena a pezzi, le gambe mi sono rimaste incastrate contro la poltroncina davanti, durante il mio primo tentativo di scavallare le gambe.

Lui muore. Vecchio, come all’inizio. Con una rosa in mano.

Si accendono le luci.

Fuori: allora, ti è piaciuto?
Francamente sì.
Anche se me ne sarebbero bastati anche solo due o tre di quei film.

sì, viaggiare…

di maia, 8 Ottobre 2007

metti che sei lì, nel bus, sovraffollato, come al solito.
metti che c’è talmente tanta gente che non riesci a trovare nemmeno un centimetro di palo a cui reggerti. poco male, tanto i passeggeri sono così stipati che non c’è verso di cadere.
non c’è verso nemmeno di respirare, a dire il vero.
scendere poi è impossibile. dopo un po’ l’autista, memore della povera signora rimasta spiaccicata sui vetri durante l’ultimo tentativo, nemmeno cerca di aprire più le porte. passati i primi mugugni, nessun passeggero protesta più. son tutti rassegnati a vivere incastrati fra i gomiti e le ginocchia (e l’alito pesante) dei propri vicini.
accanto a me, per esempio, c’è una che ha incontestabilmente mangiato dell’aglio. che c’entra, anche a me piace, ma santo cielo, alle otto di mattina?
comunque, dicevo. metti che sei (al solito) terribilmente in ritardo e che dall’altro lato rispetto alla signora dell’aglio ti ritrovi uno che ha decisamente bisogno di una doccia.
metti che a poca distanza c’è un tizio, chiaramente un neofita da bus, che si ostina a lamentarsi del traffico e della guida dell’autista e delle persone che gli pestano i piedi e delle tasse e piove governo ladro.
metti che ti stai innervosendo un poco e, con manovre da vero contorsionista, riesci a tirar fuori il cellulare (di provare a leggere non se ne parla, lo spazio minimo indispensabile per reggere un libro in queste condizioni non esiste. senza contare che l’atto della lettura sembra contrariare gli altri passeggeri. ogni volta ti guardano come pensassero: ma guarda questo… siamo imbottigliati nel traffico, sono in ritardo, sono in piedi, sono pestato e sballottato, ho un mare di tasse da pagare e piove, governo ladro, e tu leggi?).
almeno puoi mandare messaggini idioti agli amici. così, per ammazzare il tempo. o per rompere i coglioni a quelli che possono permettersi di dormire alle otto di mattina.
metti che, con grande sforzo, riesci a tendere il braccio telefonomunito in alto e, novello superman, la testa reclinata all’indietro, gli occhi ridotti a fessure nello sforzo di vedere lo schermo, inizi a digitare sms alla velocità della luce.
ecco, in quel momento ti accorgi che l’immancabile vecchina sta leggendo tutto quello che scrivi.
provi a spostare il cellulare per impedirle la visuale.
ma quella, imperterrita, muove il vetusto capo e continua a sbirciare.
diamine, non stai scrivendo nulla di compromettente, ma la cosa ti fa imbelvire.
brutta vecchia irrancidita, scommetto che fai tante storie per la cataratta che non ti dà tregua e poi leggi benissimo su un minischermo in movimento lettere minuscole che anche io distinguo con difficoltà!
ma che ti ridi?
e va bene, l’hai voluto tu!
e allora ti metti a scrivere e inviare oscenità che nemmeno hai mai immaginato di conoscere.
robe che nemmeno cicciolina e moana pozzi messe insieme…
la vecchina, finalmente, distoglie lo sguardo.
e tu, in quel preciso istante ti rendi conto che i messaggi li stavi inviando a tua madre…

fumata bianca

di maia, 23 Settembre 2007

E, finalmente, il lieto evento: habemus mac!


Lo so, qualcuno di voi storcerà il naso, altri mi hanno già abbondantemente insultata, ma più delle considerazioni prettamente tecniche ha potuto il brivido della novità.
La sola idea di dover imparare ad usare un apparecchio del cui funzionamento non so assolutamente niente mi elettrizza.
Un po’ come quando ho estratto per la prima volta il ferro da stiro dalla sua confezione.
Speriamo solo che l’innamoramento per il mac duri un po’ di più.

Certo, ora mi ritrovo fra le mani un gioiellino di tecnica ma anche di fighettaggine.
Di più, credo di aver acquistato il campione mondiale di fighettaggine.
Perché tutto nel mac è fighetto.
L’aspetto, per cominciare. Ma questo è risaputo.
Quello che fa impressione è che ogni cosa del mondo che lo circonda è fighetta.
A partire dai negozi ufficiali Apple.
Prendiamo quello in cui sono andata io.

Tutto bianco.
Pavimenti bianchi, pareti bianche, soffitto bianco, mobili bianchi.
Tutto molto asettico, come in una astronave kubrikiana.
E i commessi? Beh, è inutile dirlo, i commessi sono pallidi. Mortalmente pallidi. Però bellissimi. Direi quasi perfetti. In pratica dei modelli prestati al meraviglioso mondo dell’informatica (fighetta).Quello che mi serve ha uno sguardo sbrilluccicante, la voce profonda che mi spiega non so che di importante. Però… però c’è qualcosa che mi disturba… Ma certo, le sopracciglia! Sono lunghe, foltissime e non pettinate! Ma no, non si può, quei peli neri fuori posto rovinano tutto l’insieme! Istintivamente mi viene da allungare una mano per sistemarlo ma lui fraintende e mi spara un sorriso a tuttidenti. In un attimo, il caos. Il neon (bianco) si riflette sulla magnifica dentatura (immacolata), in un flash abbagliante rimbalza sulle vetrine di fronte, viene rispedito verso lo specchio fashion e si frantuma in mille rivoletti abbaglianti su tutti gli schermi in esposizione, che li restituiscono moltiplicati, con tremendo effetto accecante. Chiudo gli occhi, barcollo all’indietro, finisco sulle vetrinette, faccio crollare tutti gli aggeggini musicali fighetti (quelli, stranamente, coloratissimi), il colpo fa dondolare pericolosamente i mobili intorno, stracolmi di apparecchi fighettamente ipertecnologici… Una selva di urla, a dire il vero ben poco fighette, sale da ogni lato ed io non capisco più niente.
Non so esattamente come sia andata a finire, quando sono riuscita a riacquistare la vista mi trovavo già sul 14 che mi riportava a casa, con la mia bella scatola (bianca) stretta fra le braccia.

Da questa storia ho tratto ben due insegnamenti.

Il secondo è che quando avrò bisogno di assistenza converrà andare in negozio con un bel paio di occhiali da sole.

Ma il più importante è che per possedere un mac bisogna innanzi tutto meritarselo. Non è che puoi tenere un mac così! Per indossare un mac bisogna saperlo portare! Bisogna essere dotati di un certo charme, un certo aplomb, un certo savoir faire.
Per questo mi sono subito iscritta ad un corso accelerato di bon ton.

Quindi, ben vestita e ben truccata, l’ho tirato fuori dalla confezione. E l’ho rimirato tutto. Da ogni lato. Ho notato la linea morbida, la deliziosa mela (bianca) sul coperchio, tutti quei graziosi buchini sul fianco, il curioso pulsantino sul fondo che, se premuto, fa accendere un’allegra fila di lucine verdi…
Poi, visto che un’ora non mi era bastata per capire come si aprisse, l’ho elegantemente appoggiato sulla mia scrivania.
Dove fa la sua porca figura!

 
ps questo è anche un post di ringraziamento.
A tutti quelli che mi hanno consigliata in questi giorni. Son stati consigli totalmente discordanti l’uno dall’altro, ma ognuno ugualmente preziosissimo.

E poi devo un bacio a Edo, l’autore del coso lì, come si chiama, il disegnino che c’è lì in cima…
Ditemi voi come si farebbe senza un grafico così! E per di più è un grafico iper-mac-dotato!

turisti per caso

di maia, 4 Settembre 2007

Spesso mi chiedono che ci torno a fare.
A parte il fatto che per un sub questo è praticamente il paradiso in terra, io qui ci sono tornata anche per una questione di principio.

Quando sognate per anni di visitare un posto e alla fine ci riuscite e la persona con cui ci andate vi dice di non portare la macchina fotografica che tanto lui ne ha una super tecnologica e che farà tutte le foto che volete e con questa persona poi voi ci litigate, a sangue, al punto che non vi parlate più e degli agognati scatti non ne vedete neppure uno…
Beh, ecco, in questo caso vi assicuro che vi fareste anche voi sette ore di pullman ad andare e sei a tornare pur di procurarvi le vostre dannatissime foto!

luxot (tebe) - tempio di Karnak, entrata

17 agosto, la temperatura è sui 50 gradi. Una folla vociante vocia in mille lingue diverse. Le guide fanno a gara a chi grida più forte. Il groviglio di corpi è tale che capita spesso di ritrovarsi intruppati nel gruppo sbagliato, finché ci si rende conto di star attentamente ascoltando una spiegazione in russo o in giapponese.
I pochi spazi all’ombra son contesi a suon di gomitate nei fianchi e pestoni sulla punta dei piedi, nudi. L’istinto di sopravvivenza, si sa.

F: buongiorno io sono Francis, il mulo parlante, archeologo e vostra guida.
E: ehi, maia, anche tua sorella è archeologa, no?
M: sì, in effetti…
F: come? Sei archeologa tu?
M: no, non io, mia sorella.
F: ah, ecco, bene, molto bene… vi dicevo… ecco, questa sala è molto importante. Vedete le colonne? Sono antichissime.

Luxor (Tebe)  - tempio di Karnak, particolare colonnato

L: quanto antiche?
F:… antichissime e sono importanti perché stanno a simboleggiare la riunificazione dei due regni. Vedete? Quelle col capitello aperto rappresentano il fiore di loto, simbolo del Basso Regno, e quelle col capitello chiuso rappresentano il papiro, simbolo dell’Alto regno.
S: mi scusi… ma la guida dell’altro gruppo ha appena detto l’esatto contrario…
F: cosa?
Tutti: la guida ha detto che quello aperto è il papiro e quello chiuso il loto.
F: ma quello non capisce niente, lo conosco io, gli danno il lavoro perché mossi a compassione, siete fortunati ad essere capitati con me!
C: mi scusi, ma nel mio libro c’è scritto…
F: che libro?
C: la guida, vede? C’è scritto che il papiro era il simbolo del Basso regno e che il fior di loto…
F: fammi vedere! Embè, non è esattamente quello che ho detto io? Ma andiamo avanti…
Che fate lì? Le avete già fatte le foto, muoversi! Tanto sempre con gente in mezzo vi vengono!
Ed eccoci davanti alla rappresentazione di uno degli dei più amati.

Luxor (Tebe) - tempio di Karnak, particolare dio Min

Il dio della fecondità Min. Da cui la vostra parola MINCHIA. Perché voi non lo sapete, ma tutte le vostre parole e nomi derivano dalla nostra lingua. Per esempio, c’è un Luca qui?
Tutti: …
F: Dai, un Luca… non è possibile che non ci sia un Luca in un gruppo italiano! Non ci posso credere, degli italiani senza un Luca!
Tutti abbassano gli occhi, costernati.
F: Vabbè, e un’Elisa? C’è o no un’Elisa? Allora?
M: ehm… c’è un’Elisabetta, può andare?
F: no, no! Elisabetta è ebraico!
Tutti saettano sguardi ansiosi in cerca di un’Elisa
F: Ecchecavolo, una Susanna?
S: eccomi!
Tutti tirano un sospiro di sollievo.
F: bene, Susanna nella nostra lingua vuol dire portata dai boccioli del fior di loto.
Visto? Tutti i nomi vengono dalla nostra lingua!
Andiamo avanti.
Questo è uno scarabeo sacro. La leggenda dice che se ci girate una volta intorno porta bene…
L: mi scusi, ma quella guida ha detto che per portar bene ci devi girare tre volte.
F: quella guida non capisce niente! Quello è un cretino! Se ci giri una-volta-porta-bene, se ci giri due-porta-malissimo, se tre-rimani-incinto!
C: il libro dice tre-bene, sette-incinto…
F: fate un giro intorno a quel maledetto scarabeo e poi seguitemi! Veloci! Che dobbiamo ancora vedere il negozio di artigianato locale. Tutta roba bella, eh, non come quella che trovate nei soliti negozi. Tutta roba nuova ma come se fosse antica. Con tanto di garanzia, eh. E tu butta via quel libro!
E Susanna, la vuoi piantare di correre intorno a quello scarabeo?

ps più tardi, stravaccati in stato di semincoscienza sul pullman che ci riporterà in albergo, Francis confesserà di essere stufo di fare il buffone per stupidi turisti mordi e fuggi. Che non ne può più del solito copione quotidiano a base di freddure su giapponesi e francesi (quando guida italiani. su italiani e giapponesi quando guida tedeschi. su tedeschi e giapponesi quando guida francesi). Che non si era laureato in archeologia per far quello.
Ma ha pronta la soluzione, Userà il suo istrionismo e la perfetta padronanza della lingua italiana e di tutti i suoi dialetti per raggiungere il figlio in Italia.
Ha aperto una pizzeria. Ed ha bisogno di una mano.

lettera al direttore

di maia, 1 Agosto 2007

Camminando per la strada ho casualmente visto un foglio fittamente scritto abbandonato per terra. Incuriosita, l’ho raccolto e ho cominciato a leggere. Era una lettera.
A quanto pare il famoso il Direttore cui era rivolta non ha ritenuto di doverla pubblicare.
Quindi ho colto la palla al balzo ed ho deciso di farlo io.
Del resto, come detto in altre occasioni e per ben altri e più alti scopi,  io non mi tiro certo indietro quando c’è da far sentire una voce che altrimenti rimarrebbe silenziosa.
E se anche i lettori che passano da queste parti sono pochi, sono comunque buoni. Quasi tutti.
Buona lettura.

Caro direttore, la ringrazio dell’opportunità che mi dà di rispondere a Mila Spicola. Le scrivo perché la pur coraggiosa lettera con la quale la signora ha denunciato il nuovo tipo di discriminazione sessuale che affligge la società contemporanea, ha taciuto un aspetto fondamentale del problema. Aspetto altrettanto importante di quello da lei così ben sviscerato nella lettera a Repubblica. Mi riferisco al problema della V°.
Ebbene sì, in questa società infantile, completamente in balia di uomini-adolescenti continuamente preda dei propri ormoni, non solo le donne dal bel fondoschiena hanno vita dura. Che dire infatti di tutte le tettone? Mi riferisco ovviamente a quelle che si ritrovano il seno grosso per natura e non a quelle rifatte, che, fra parentesi, se vengono discriminate, in fondo se la son cercata.
Direttore, ma lo sa lei che vuol dire girare per le strade portandosi addosso una quinta di seno? Beh, glielo dico io. Pensa che a qualcuno importi della mia maturità scientifica? O del mio diploma come istruttrice di nuoto? O delle mie specializzazioni in storia del crawl e storia della pallanuoto?
No, caro Direttore! Tutti gli uomini con cui cerco di intavolare una discussione, già dopo la prima mezzora smettono di ascoltare le mie disquisizioni sullo sviluppo della fase di recupero nella bracciata a stile libero o sull’evoluzione delle entrate in attacco per, nel migliore dei casi, prendere a fissarmi insistentemente i capezzoli che si intravedono dalla mia scollatura! Nel peggiore dei casi si addormentano.

Direttore, non mi faccio illusioni, so bene che anche lei a questo punto starà solo pensando a mettermi le mani sulle tette! Perché non c’è scampo, siete tutti uguali!
Del resto siamo circondati. Ovunque ti giri, vedi donne bellissime, seminude, che offrono i loro corpi agli sguardi vogliosi di maschi-bambini, convinti che sia loro tutto concesso. Con il risultato che non posso più nemmeno girare per certi quartieri di notte con le mie magliette attillate. Vedesse che reazioni!

Per lo meno quelle ragazze che si denudano in televisione o sui calendari ci guadagnano qualcosa!
E a me che ne viene?
Solo l’umiliazione quotidiana di non sentirmi sufficientemente apprezzata per la mia indubbia intelligenza e ironia e cultura.
Per non parlare del mal di schiena!

Quali soluzioni?
Io non ne vedo, purtroppo.
Temo dovrò arrendermi al triste destino di sentir volare intorno, al mio solo apparire, il tristissimo: “Minchia, che tette!”

Ps alla redazione di Otto e mezzo (e a tutte le altre eventualmente interessate) volevo far presente che se volesse mettere in onda una puntata di approfondimento su questo tema, io sono disponibilissima e che ho un vantaggio enorme nei confronti della mia collega Spicola. Il mio problema, a differenza del suo, è facilmente inquadrabile e potrebbe essere agevolmente mostrato a favor di telecamera.

A vostra disposizione

Splendido splendente

di maia, 3 Luglio 2007

Splendido splendente, nannanannna nanna nanna…
Attraverso le porte a vetri. Fortunatamente il supermercato non sembra troppo pieno. Non lo sopporto quando è affollato, mi sento soffocare.
Accidenti, perché diamine tengono l’aria condizionata sempre così forte? Tocca venire a far la spesa col golfino!
Che strano effetto che fa questo posto dai soffitti altissimi, i pavimenti bianchi, immacolati, e chilometri e chilometri di scaffali ordinati, coloratissimi. Una musica neutra e quasi impercettibile rende l’atmosfera ovattata.

Dunque, devo ricordarmi di comprare gli assorbenti a forma di petalo, dalla seduta confortevole. Il deodorante per la casa che fa gli sbuffi. Il detersivo per i pavimenti che fa cantare tutto il palazzo. E le pastiglie per la lavastoviglie.
Ecco, il reparto. Santo cielo, un intero, immenso, corridoio, tutto per le pastiglie per la lavastoviglie!
Ma quante sono? Quali saranno quelle che devo prendere io?
La pubblicità l’ho vista, ma non riesco a ricordare il nome… dai, erano quelle del “gioiello”. Ricordo anche la canzoncina, come faceva? Ma si, che la canticchiavo anche prima: “Splendido splendente, nannananna nanna nanna…”. Ecco, è questa, ma il nome del prodotto proprio… uhm… niente…
Provo a fermare qualche cliente.
“Scusi, lei mica si ricorda il nome delle pastiglie del gioiello”
“Ma certo, quelle con la musichina Splendido splendente.”
“Precisamente!”
“Aspetti, ce l’ho sulla punta della lingua. Mmmhhh… no, mi spiace, la marca non la ricordo proprio”
Provo a fermare un commesso, ma con scarso successo.
Adesso nel corridoio siamo una mezza dozzina a cantare tutti insieme il jingle e la gente che passa si ferma a guardarci. Poi, poco alla volta, si aggiunge al coro. In breve s’è formato un capannello vociante e stonato. Un addetto della sicurezza si avvicina con fare seccato per capire cosa stia succedendo. Ma viene inghiottito dalla folla e inizia cantare lui pure a squarciagola.
Ormai siamo così tanti che straripiamo nei corridoi accanto. La malattia si propaga velocemente e ovunque ti giri vedi solo persone che, abbandonato il carrello della spesa, si buttano nell’esibizione canora più terrificante alla quale abbia mai assistito.
Il canto si è trasformato infatti in un ululio dissonante e assordante.
Sbucano all’improvviso, recuperati forse nell’area riservata ai mobili da giardino, dei tavoli rotondi, sui quali salgono immediatamente delle signore con spacchi vertiginosi e tanta ciccia di fuori. Ballano come invasate. Gli uomini, sotto, battono le mani e si agitano frenetici.
I volti rossi e sconvolti fanno pensare più a prossimi infartuati che a persone gaudenti.
Decisamente lo spettacolo si sta facendo inquietante.
Tento di guadagnare l’uscita facendomi notare il meno possibile. Ho paura che cerchino di acchiapparmi e di riportarmi in mezzo a quel baccanale disperato.
Sono madida di sudore.
Scosto il lenzuolo.
Sono a letto?
Dio, è già ora di alzarsi.
Dell’addio al nubilato della scorsa notte mi rimane solo una forte emicrania. E la canzone della Rettore conficcata nella testa.
Splendido splendente, nannananna nanna nanna…

segni

di maia, 29 Giugno 2007


Quando, alle quattro di notte, su due auto sgommanti, di cui una guidata da una futura sposa completamente ubriaca, con un occhio chiuso "per vedere meglio", senza documenti e con un fanale rotto, e l’altra guidata dall’unica completamente sobria del gruppo, il blocco della guardia di finanza ferma la seconda…

Allora capisci che nulla potrà guastare il futuro matrimonio.

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