A volte ritornano

di maia, 14 Giugno 2008

“Insomma, si può sapere che fine hai fatto?”
E’ più o meno quello che mi chiedono in continuazione tutti i miei piccoli lettori con tono colmo di riprovazione.

Beh, mi son presa una piccola pausa dal monitor.
Una pausa durante la quale non sono affatto rimasta con le mani in mano.
Ho molto lavorato.
Molto letto e molto guardato (soprattutto film).

Ho finalmente letto quel libro, “Pornografia” di Gombrowicz, che mi era stato caldamante raccomandato da un utente di anobii, del quale però non ricordo il nome. Peccato, mi avrebbe fatto piacere ringraziarlo. E soprattutto mi avrebbe fatto piacere spiegargli perché il romanzo non mi ha incantato come sperava.

Ho letto “L’anarchia” di Colin Ward, che mi era stato caldamente raccomandato da un altro tizio, del quale ricordo benissimo il nome. Menomale perché appena mi capita fra i piedi mi farà molto piacere spiegargli perché il libro non mi ha convertita come sperava.

E poi ci son stati “Le particelle elementari”, con il quale ho battuto ogni precedente record di lentezza di lettura tanto mi è rimasto antipatico, “Caos calmo“, “La misteriosa storia del papiro di Artemidoro“, un Camilleri, un albo di Rat-man, meravigliosa scoperta, “One for the road” dell’amico Massimo e per l’ennesima volta “Lady sings the bues“, stupefacente autofantabiografia della voce più struggente di tutti i tempi. Ma delle fantasmagoriche avventure di Lady Day vi parlerò un’altra volta.

O meglio, ne parlerò a quei pochi che ancora passano da queste parti, quasi tutti per sbaglio, cercando “la schiava più porca” o “cicciolina” (ma se credo di non averla mai nominata prima d’ora!) o “vecche sfondate” o il nuovissimo “fare troppi regali alla segretaria” (credimi, i regali non son mai troppi. Specialmente per la segretaria).

Intanto mi chiedo e vi chiedo (cit.): è possibile perdonare ad un film la battuta “non sono io ad avere scelto il tango. E’ stato il tango che ha scelto me!“, per quanto detta con intento ironico?
La mia risposta istintiva sarebbe un bel NO chiaro e deciso. Poi però ripenso alla tenerezza che mi ispira la regista di nome Sally, donna slavata di mezza età, che fa un film su una regista di nome Sally, donna slavata di mezza età, che combatte la propria paura di invecchiare attaccandosi morbosamente ad un taghéro tànghero. Il tutto sullo sfondo di una pretesa metafora sull’arte e sul mestiere del cinema. Peccato che la metafora non decolli mai e rimanga anzi afflosciata, annacquata quasi quanto gli spenti occhi della tristissima regista-scrittrice-protagonista.

Povera Sally, mi fa così pena che non me la sento di dire quanto abbia trovato “lezioni di tango” una boiata pazzesca.

Per fortuna mi sono rifatta con tanti altri film e con una serie di telefim, tutti rigorosamente in onda sul satellite (e come ti sbagli?), tutti molto d’effetto, molto ben scritti e recitati.
Anche quelli più furbetti e paraculi come “Californication“, anche quelli che alla lunga si perdono un poco in eccessive tortuosità, ma che mantengono comunque un ritmo e una scrittura invidiabili (oltre ad una protagonista del livello di Glenn Close) come “Damages“.

Insomma, di cose da raccontare ce ne sono tante.
Caro amico che cerchi “cose da dire a collega che pensione” non te ne andare!

PS che qualcuno mi sa spiegare come mai quando scrivevo regolarmente avevo una ventina scarsa di “abbonati” ai feed ed adesso che non scrivo ce ne sono trenta?
I Sacri Misteri del Web.

La fine è nota

di maia, 24 Gennaio 2008

la fine è notaVi è mai capitato di innamorarvi di un libro per il suo titolo?
Di desiderarlo, di concupirlo violentemente solo per quello?
A me è capitato con “La fine è nota”.

Quelle parole mi si erano conficcate in testa e mi tormentavano da tempo.
Non ricordo più se le avevo lette in una recensione, se ne avessi sentito parlare in un altro libro o se semplicemente avessi visto un film che si chiamava allo stesso modo.
Fatto sta che io dovevo procurarmi il romanzo intitolato “La fine è nota”. E poi possederlo.

Così l’altro giorno, passando per la graziosa via centrale di una graziosa cittadina toscana, presa da questo desiderio malsano, mi avventai addosso alla commessa, e le chiesi, agitata:
“che per caso c’ha quel libro che si intitola come un film che forse ho visto e che forse è citato in un libro di uno scrittore che mi piace tanto?”

La ragazza non sembrava molto sveglia, e infatti rimase a guardarmi a bocca aperta.

Riprovai, sillabando lentamente e adeguando la calata. In fondo eravamo pur sempre a Pisa e si sa quanto questi della costa ci tengano alla propria autonomia linguistica.
“Scu-si. Chepper caso c’ha queillibro che s’intitola come quer firme… aveva a’ esse’ vecchio… che forze vidi… o che forze gliè citato dentro un’artro libro che leggetti e che mi garbò di morto?

Lei zitta, come statua di sale, con gli occhi strabuzzati.

Uhm… forse avevo sbagliato calata e mi ero data al pratese. Ma porca miseria, i pisani odiano i pratesi! I pisani odiano tutti!
Dovevo assolutamente procurarmi un interprete.
Per fortuna avevo un pisano a portata di mano.

“Senti, Sandro, che glielo chiedi te per favore?”
“Cheppalle! Che voi?”
“Quel libro…”
“O’qquale?”
“Quello… come si chiama… quello che inizia con uno morto e poi si deve capire perché è morto… dai, come si chiama… quello… che forse ci hanno fatto un film… ah! La fine…”
“… è nota!” sento alle mie spalle.
Mi volto. Un omino losco si stava rivolgendo alla mia commessa.
E lei gli sorrideva.
E gli dava il libro! Il mio libro!
Ladro di libri che non sei altro!
Ladro di desideri altrui!
Faccio per avventarmi sul villico, quando l’interprete mi acchiappa per la collottola e mi trascina verso la commessa.
“Che ce n’ha un altro?”
“No, era l’ultimo”
“Come l’ultimo?”
“Mi spiace…”
Ma guarda… la finta tonta capiva benissimo l’italiano! Evidentemente si era messa d’accordo con l’omino losco! Aveva fatto finta di non capire… e poi, appena avevo nominato il libro, zac! Glielo aveva dato a lui!
Provo a inseguire il complice, ma ormai si era dileguato.
Ah, se l’interprete non mi avesse bloccata…
Un momento! Vuoi vedere che pure lui faceva parte della banda?
Eccerto, perché mi avrebbe fermata altrimenti?
“Ahi Pisa, vituperio de le genti del bel paese là dove ‘l sì suona! Quanto è vero!” dico, mentre prendo il primo treno che mi avrebbe riportato alla civiltà.

Appena messo piede a Firenze, corro di volata alla mia solita libreria e ci entro urlando “LA FINE È NOTA! LA FINE È NOTA! LA FINE È NOTA!”, buttando a terra tutto lo scaffale di libri per bambini.
Mi vengono date tre copie del prezioso romanzo, che pago, insieme a dieci Harry Potter, due libri coi disegnini che si muovono, quattro col carillon e dodici da colorare.

Tornata a casa coloro un po’ di libri, gioco col libro della gru (che si muove davvero!), poi mi metto a leggere.
Sciascia! Ecco chi me ne aveva parlato!
Lui ne è entusiasta.

Certo, come giallo è strano.
Praticamente parte dalla fine, da un uomo che muore. Forse è un suicidio. E noi si passa tutto il tempo a cercare di capirne il motivo.
È un libro di quelli piccini della Sellerio, solo 245 pagine, che volano via in un soffio.
Perché è un libro incredibilmente vivo.
Anche se è polveroso, irrimediabilmente legato a un tempo lontano e a un’america che vicina non ci è mai stata, se non sul grande schermo. Quella della bella società newyorkese, gaia e superficiale. Quella melanconica della società rurale, dell’immobilità, degli spazi immensi. Quella povera e dura degli anni intorno alla seconda guerra mondiale. Quella che si muove e sogna al suono di grandi orchestre swing, che fa tanto film degli anni d’oro di Hollywood.
Anche se un lettore appena attento scopre immediatamente il gioco.
Eppure si lascia giocare.
Si rilassa al ritmo di quello swing, si fa trascinare da un capo all’altro di quell’america ingenua ed entusiasta, in cui tutto sembra possibile.
In cui la gioia di vivere diventa crudele.
In cui la crudeltà si veste di grazia.
E in cui la grazia l’ha sempre vinta.

È un libro adorabile.
Leggetelo. Se non ve lo rubano prima.

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Il sangue degli altri

di maia, 11 Dicembre 2007

Avviso importante per tutti i miei lettori siciliani (sono solo tre, ma bellissimi) e per tutte le donne e gli uomini di buona volontà delle zone limitrofe:

domani, mercoledì 12 dicembre 2007
alle ore 18,00 presso la Libreria Kalòs
in via XX settembre 56/b a Palermo

si terrà la presentazione de “Il sangue degli altri“, edizioni Sironi.

Qui qualche info: http://ilsanguedeglialtri.wordpress.com/
Lo presentano Piergiorgio Di Cara e Davide Romano.

Ve lo dico perché il libro in questione merita. Ne ho già accennato, scherzosamente altrove.

Vi ho parlato di un personaggio-macchietta che ricorda il Catarella di Camilleri e le figure un po’ stereotipate dei due personaggi femminili principali.

Ma c’è ben altro.

Brevissimamente, è la storia di un giornalista freelance che, stufo dei soliti reportage sulla Palermo bene, si butta a capofitto nell’indagine su un presunto caso di riciclaggio. Si ritrova però invischiato in fatti più grandi di lui, che lo portano addirittura nel mezzo di una guerra negata, quella cecena. Tornato a casa, nulla sarà più come prima. Il suo sguardo ormai è cambiato. E nemmeno la “soluzione” dei misteri su cui stava indagando, gli darà pace.

E’ un noir particolare “Il sangue degli altri”.

Diviso in tre parti nette.

La prima è un susseguirsi di fatti, che si rincorrono veloci. Anche lo stile, asciutto, secco, senza una parola inutile, aumenta la sensazione di ineluttabilità degli eventi.

L’ambientazione è quella resa ormai familiare dai romanzi camillereschi, ma fotografata da un’angolazione diversa. Senza quell’aria di sottinteso compiacimento, di complice benevolenza riservata ai personaggi, soprattutto ai “buoni”. Qui di buoni a tutto tondo non ce ne sono. Forse il maresciallo dei carabinieri amico del protagonista, cui viene riservata la figura più simpatica, che comunque paga con una punta di dabbenaggine.

Anche qui si avverte il calore della terra di Sicilia, ma il calore è inteso come afa. Si sente il sudore. L’odore. Nulla di aspro ci viene risparmiato.

Il protagonista certo non è un eroe, ma nemmeno il classico anti-eroe. E’ pieno di difetti, spesso risulta sgradevole, nel modo che difficilmente spinge ad identificarsi con lui.

E si muove in un mondo arreso, fatalista, piegato alla convivenza con la criminalità.

Detto così sembra un romanzo pesantissimo e invece il tutto è raccontato con tono disincantato e amaramente ironico che fa letteralmente divorare le pagine.

La seconda parte cambia passo. L’azione si sposta in Cecenia, in luoghi di guerra e miseria. Il racconto si fa drammatico. Il ritmo rallenta. La narrazione prende respiro. Ma non cade nel patetico. Anche i momenti più delicati, sono trattati con sobrietà, con dolcezza, con tatto.

Si torna poi in Sicilia. La velocità riprende il sopravvento, ma le storie ascoltate, gli orrori di cui siamo venuti a conoscenza, hanno cambiato lo sguardo del protagonista. E anche il nostro. Si arriva allo scioglimento finale senza la soddisfazione liberatoria che un giallo porta di solito.

Siamo tutti più consapevoli.

E non si può dimenticare.

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un’estate al mareee (1)

di maia, 1 Settembre 2007

Sbattono le imposte.
Vado a chiudere le finestre e vedo che il vento sta portando a spasso nuvoloni dall’aria poco promettente. Mi affaccio, e nel serpentone sotto casa riconosco il famigerato rientro estivo. Accendo la tv e mi accorgo che i programmi televisivi, uno alla volta, si stanno lentamente risvegliando. Il sorriso di gorge clooney, abbagliante come in un film dei coen, sbuca da ogni tg.

È settembre. È ora di riprendere le solite abitudini.

Un ultimo sguardo all’abbronzatura, che, cavolo, sta già venendo via! Ma come, dopo tutta la fatica per prenderla, le ore di estenuante tortura, lucertolati sotto il sole africano, con il termometro che segna 49°… ah già, io sotto il sole non ci sono stata praticamente mai. Del resto è più forte di me, il mare è troppo attraente. Così come troppo allettante è un comodo lettino sotto l’ombrellone. Vuoi mettere la soddisfazione di leggere distesi all’ombra in riva al mare, in santa pace…
Santa pace…
Beh, fino a quando non arriva la solita coppia di soliti ragazzini col solito stereo che irradia la solita musica, a tutto volume. Italiani, ovviamente.
È proprio vero, non si riesce a scappare mai abbastanza lontano.
Mi tappo le orecchie con due paguri giganti (tanto il bianco non aveva alcuna chance, quello nero stava stravincendo la corsa), e riprendo la lettura. Anche questa volta, previdente, mi ero fatta la scorta. Prima di partire sono andata alla mia solita libreria e, come da copione, ci ho lasciato mezzo stipendio. Mi sono tenuta alla larga dal bancone novità, invaso da “Il codice di Archimede”, “Il codice di Machiavelli”, “Il segreto di Michelagelo”, “La verità su Maria Maddalena”, “La vera storia dei templari raccontata da Marzullo” e sono andata dritta al reparto giallo/noir.
Questa volta mi sono ritrovata nel cestino Avoledo, Saramago (2), Camilleri, Stout, Lodge, Lucarelli (2), Macchiavelli (2), Queneau (fresco di stampa), Eugenides, Hart, Sciascia, Dürrenmatt (2).

Sulla spiaggia, mentre constato amaramente come in agosto i commessi non tengano in gran considerazione l’ordine sugli scaffali, inizio a sfogliare uno dei Dürrenmatt. Si intitola “Il Minotauro”. “La morte della pizia” mi era piaciuto proprio tanto. Poche pagine, ma intense. Anche questo è più o meno della stessa lunghezza. Sono 74 pagine. Certo, però, che è scritto con caratteri enormi. Praticamente un libro per ipovedenti. E non riesco a leggere lo stesso! Eppure ho scelto apposta le lenti arancioni, per vedere meglio… ma che cavolo c’è scritto? Diamine, ho “scelto” la versione con testo originale a fronte! È una bellissima idea, peccato che di tedesco io conosca giusto le parole essenziali: essen e slafen. Che poi non ho nemmeno idea di come si scrivano…
Vabbè, il libro deve essere comunque gustoso. Cavolo, quante figure! Ogni tre pagine c’è un disegnino! E che brutti che sono! Lugubri… insomma, fammi un po’ vedere… in tutto di pagine leggibili ce ne sono 23. Per un costo totale di 8 euro.
Praticamente tutto il testo è lungo quanto la quarta di copertina. Leggo quella “… Luogo dell’azione, un labirinto fatto di specchi che riflette immagini all’infinito… un gioco di rimandi fra l’essere e la sua ombra, il corpo e le sue migliaia di copie riflesse, che riproduce l’illusorietà di qualsiasi tentativo di fuga. Un racconto che corre rapido verso un epilogo drammatico… con i lettori schierati al fianco del presunto mostro…).
Fatto. Posso passare a Camilleri.

Promemoria. Devo decidermi a trovare un metodo diverso per scegliere i libri.

un’altra catena inutile

di maia, 10 Giugno 2007

Più fastidioso delle zanzare tigre, più inesorabile del caldo estivo, più terrorizzante dell’allarme sosta in doppia fila (esiste, giuro, l’ho letto su un autorevole quotidiano; chissà se verrà allertata la protezione civile o se interverrà direttamente l’esercito), il Signore delle Catene ha colpito ancora.
Questa volta ci chiede di riportare gli incipit dei cinque libri che ci ritroviamo più a portata di mano.

Bene, parteciperò al giochetto, ma, come già Marta prima di me, lo farò a modo mio.

Quelli che leggerete saranno gli incipit degli ultimi cinque libri che mi sono stati regalati.

Andiamo con ordine.

I primi due li ho ricevuti come strenna natalizia da parte di un totale incompetente in campo musicale, ma che ha molto, molto gusto nello scegliere i regali.

Sono:

1) “Tonight at noon” di Sue Graham Mingus.
“Conobbi Charles Mingus nel luglio del 1964, poco prima di
mezzanotte. Ero andata al Five Spot, un jazz club in lower Manhattan, perché il produttore di un film in cui recitavo aveva commissionato la colonna sonora al sassofonista Ornette Coleman – o almeno pensava di aver commissionato una colonna sonora – e il mio amico Sam Edward mi aveva suggerito di andare lì per capire come stavano le cose. Non sapevo assolutamente nulla di jazz.” (Non è un caso, quindi, che i musicisti del gruppo di Mingus avessero qualche remora a farsi gestire in tutto e per tutto dalla vedova dopo la morte del marito.) 

Di questo libro ho già accennato nei commenti a un post precedente. La scrittura è scialba, piena di ripetizioni e poco interessante, ma gli episodi riportati sono gustosissimi. E se anche non proprio tutti fossero veri (la signora tende a magnificare forse un po’ troppo le proprie virtù), è comunque piacevole leggerli.
Assolutamente impedibili certi aforismi e certi giudizi al vetriolo nei confronti della musica e dei musicisti contemporanei attribuiti al contrabbassista. Una su tutte, la risposta a chi gli chiedeva cosa fosse per lui la creatività:
“Chiunque può suonare in modo strano, è facile. Il difficile è suonare in modo semplice, come Bach. Rendere complicato ciò che è semplice è una banalità. Rendere ciò che è complicato semplice – assolutamente semplice – questa, è la creatività”.
Nel libro è raccontato minuziosamente il progressivo rinchiudersi in sé stesso di Mingus, il suo duplice distacco dal mondo: quello fisico, per via della malattia che lo immobilizza poco alla volta, e quello artistico, che sente sempre più lontano, vista la sua incapacità di accettare la mutazione del modo di fare musica, soprattutto dopo l’avvento degli strumenti elettronici.
In poche parole è un libro da consigliare, ma solo agli appassionati del genere (jazz).



2) “le canzoni di Tom Waits. Commento e traduzione dei testi.” a cura di Eleonora Baragotti.
Il titolo parla da solo. In questo caso è inutile riportare l’incipit, molto meglio aprire una pagina a caso e trascrivere la prima strofa che trovo.

“down the shore everything’s alright, you with your baby on a saturday night,
don’t you know that all my dreams come true, when i’m walkin’ down the street
with you, sing sha la la la la la sha la la la.”
(da “jersey girl”)

Nel libro vengono riportati interessanti aneddoti su come tutti i pezzi compresi fra “Closing time” e “Blood Money” hanno visto la luce. Peccato solo le canzoni non siano riportate integralmente. Per appassionati.

3) “La variante di Luneburg” di Paolo Maurensig.

“Sembra che l’invenzione degli scacchi sia legata a un fatto di sangue.
Narra infatti una leggenda che quando il gioco fu presentato per la prima volta a corte il sultano volle premiare l’oscuro inventore esaudendo ogni suo desiderio. Questi chiese per sé un compenso apparentemente modesto, di avere cioè tanto grano quanto poteva risultare da una semplice addizione: un chicco sulla prima delle sessantaquattro caselle, due chicchi sulla secnda, quattro sulla terza, e così via…
Ma quando il sultano, che aveva in un primo momento accettato di buon grado, si rese conto che a soddisfare una simile richiesta non sarebbero bastati i granai del suo regno, e forse neppure quelli di tutta la terra, per togliersi dall’imbarazzo stimò opportuno mozzargli la testa”

Il fatto che il libro prenda il via con una leggenda non è un caso. Nonostante anche sul risvolto di copertina venga presentato quasi come un giallo, leggendolo ben presto ci si rende conto che si tratta di tutt’altro. E’ un gioco di scacchi. Fra i protagonisti. Fra l’autore e i lettori. Appassionante, teso, romantico, ma sempre sobrio. Una favola amara, senza lieto fine.
Quando è uscito, ha riscosso un certo successo. Io, da brava bastian contrario che snobba tutto ciò che va di moda, me lo stavo perdendo. Ringrazio Riccardo che me l’ha fatto conoscere.
Da consigliare a tutti.

4) “Tutto quello che è stato” di Fulvio Frezza.

“Ho cominciato a seguirla esattamente tre mesi fa: Non avrei mai creduto di poterlo fare, di esserne capace. Poi è successo tutto così, all’improvviso. L’ho vista per caso. Ecco, questo è stato il momento. Eravamo insieme nello stesso cinema, a vedere “In the mood for love”. E ho capito che non avrei più smesso”.

Lo confesso, ho barato e quello che ho riportato non è l’incipit del libro vero e proprio, ma del racconto che io preferisco, “Seguendo Silvia”.
Perché si tratta di una raccolta di racconti molto brevi, molto diversi l’uno dall’altro. Nelle situazioni e nei generi, certo, ma soprattutto nella scrittura e nel ritmo usati dall’autore.
Come la classica scatola di cioccolatini assortiti, è da consigliare a tutti: ciascuno troverà quello di suo gusto. I veri golosi lo divoreranno tutto.

5) “Imbuti” di Corrado Guzzanti.

“Buonasera, mi chiamo Brunello Robertetti, nasco poeta e vado avanti così. Sono un fans appassionati e potenziale pericolosi della signora Valeria Marino, lo sono in maniera disacerbante. Non guardo in faccia a nessuno né ora né oramai sono abituato. Sono una p’sona democratici. Ho rispetto per gli omosessuale e i negri purché i due fenomeni non si presenta contemporaneamente.”

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è il giornalismo, bellezza!

di maia, 3 Giugno 2007

Quando, in giornate uggiose come questa, senza più calcio e teatrini televisivi annessi, sono in piena crisi d’astinenza da pulp ed oscenità varie e la puntata di "Studio Aperto" è ancora troppo lontana per poter resistere, mi basta leggere la cronaca locale dei quotidiani per sentirmi subito meglio.

Perché, lo so, sembra incredibile, ma Giordano ha fatto scuola. Le redazioni dei giornali pullulano di giovani virgulti pronti a tutto pur di farsi notare. Così scelgono la strada più semplice.

Dalla cronaca fiorentina di repubblica del 2 giugno:

“Stritolato dal rullo a 18 anni”.
Questo il titolo.

“Uncinato dai ganci, trascinato dal rullo e schiacciato. Un macchinario grande e rumoroso, una serie di (…) lame che servono a fare a brandelli i tessuti giovedì sera si è mangiato A. P.” è l’inizio di un articolo nel quale non ci vengono risparmiati dettagli interessantissimi.

Io rimango affascinata.
Il linguaggio è piatto. Il vocabolario ridotto all’osso, poche le parole usate, sempre le stesse, ma iperboliche e scioccanti.
Niente da dire, il pezzo è perfetto.
Il ragazzo farà strada.

Magari come redattore di Lucignolo.

Vedo messa peggio la sua collega che spiega come una famosa studiosa sia giunta a delle conclusioni innovative su un manoscritto, svolgendo le sue ricerche ovviamente non sul prezioso originale, ma su un "fax-simile".

Temo che più in là del tg2-cultura non potrà andare.

state per assistere…

di maia, 8 Maggio 2007

ad un uso privato di mezzo pubblico.
No, non c’è nessuna mia foto mentre dirotto un bus (io i bus li dirotto, non li rubo, perché non li saprei guidare, anche se ho visto fare certe manovre a degli autisti doc, che quasi quasi…).
Intendevo dire che per una volta userò questo blog in modo autoreferenziale. Invece di scrivere il solito post di pubblica utilità, ho deciso di fare uno strappo alla regola e di scrivere di me e di quello che mi piace.
Chinotto e partita allo stadio a parte, a me piace molto anche ascoltare la musica. Ma questo ve lo scrivo in un altro post.
Un’altra cosa che mi piace molto è la lasagna, ma non ho la minima intenzione di scrivere un post culinario.
Di sesso non parlo, quindi credo che mi rimangano dormire, cinema e letteratura.

Siccome voglio far vedere che ogni tanto leggo anche io, credo che vi parlerò di un libro.

E’ stato amore a prima vista, una vera e propria attrazione fatale.

Era un pomeriggio buio e tempestoso e passeggiavo in centro senza ombrello. All’improvviso un fulmine ha aperto il cielo plumbeo ed un vero e proprio nubifragio si è abbattuto sulla città. Così ho cercato riparo nel primo portone che ho trovato. Era la libreria feltrinelli.

E’ stata la fine. Ogni volta che entro là dentro è la fine per il mio portafoglio.
Io provo una specie di amore-odio per quel negozio.
Non potete capire l’effetto che mi fanno tutti quei libri ammucchiati in bell’ordine, ordine alfabetico per autore, tranne che nei reparti tematici, dove i libri sono raggruppati per argomento (e poi in ordine alfabetico per autore).

In mezzo al negozio, ci sono poi enormi banchetti sovrastati da altissime pile di tomi di ogni forma (per quante forme possa avere un libro) e spessore.

Tutte le volte che vedo quelle costruzioni ardite eppure ordinatissime, mi viene una voglia di buttarle giù che non avete idea…

E’ una vera e propria malattia. Un impulso incontrollabile.

Ogni volta mi avvicino con fare noncurante, osservo quelle belle composizioni colorate, prendo un libro, lo soppeso, lo annuso, faccio finta di leggerne qualche pagina.

Poi mi guardo intorno. Appena sono sicura che nessuno mi stia guardando, con un abile colpo di coda, rovescio un intero banchetto.

La soddisfazione per il gioco d’abilità mi si smorza subito. La confusione che segue la rovinosa caduta, infatti, fa girare tutti, clienti e commessi, e tutti mi guardano con aria di rimprovero.

Io, che sono troppo timida per stare a questo mondo, non solo mi metto a raccogliere tutti i volumi sparsi a terra, ma li infilo anche nel mio cestino degli acquisti, fingendo di aver voluto comprarli tutti. E’ colpa della maledettissima educazione che mi hanno impartito i miei genitori. Chi rompe paga, mi dicevano, così adesso, anche quando non rompo, anche quando al massimo spiegazzo qualche pagina, mi sento in dovere di pagare tutto.

Ho imparato a sopportare lo sguardo stupito dei cassieri all’uscita quando mi vedono arrivare con una ventina di copie dello stesso libro. “E’ per fare dei regali. Me li incarta, per favore?” di solito basta per soddisfare la loro curiosità e farli ripiombare nella loro abulia.
E’ così che mi trovo a leggere le cose più assurde (e a regalarle ai miei amici e parenti più pazienti), cose che nessun essere umano leggerebbe spontaneamente.

Se non altro col tempo mi sono fatta furba e questo giochetto non lo faccio più vicino all’entrata: è lì che vengono raccolte le “novità imperdibili”, ovvero i libri più brutti ed insipidi, che raramente si riescono a vendere (e ci sarà pure un perché!).

Ora il mio moto liberatorio lo esercito nella stanza centrale, dove sono raccolti i libri più interessanti.

L’altra volta, quella del pomeriggio buio e tempestoso, senza ombrello, mi ero velocemente infilata nel salone dei classici.

Ero di cattivo umore per via del tempo (sono un tantinello meteoropatica) ed era da troppo poco tempo uscito l’ultimo libro di Moccia. Non avevo la minima intenzione di ritrovarmelo nel cestino, nemmeno in cambio di un perfetto strike!

La zona classici però è verticale. Nel senso che i libri sono sistemati su scaffali normali.

L’unico modo per ripetere il mio gioco in questi casi è arrampicarmi sullo scaffale più alto e tirare giù un libro a caso con stile scomposto, in modo che rovini a terra il maggior numero possibile di volumi.

Così ho puntato Twain (era il più in alto e il più appartato di tutti) ed ho cominciato a tirare verso di me il “diario di Eva” con il mignolo sinistro.

A forza di tirare, mi son ritrovata circondata da una pioggia di libri di ogni genere e misura. Mentre ero chinata a guardare il macello che avevo combinato, un minuscolo libricino, sfuggito al mio sguardo e rimasto pencolante sullo scaffale, mi è piombato in testa. E qui ho benedetto la proverbiale leggerezza di Twain: per fortuna si trattava di una raccolta di racconti di appena 100 pagine!

L’ho raccolto. “Come curare la malinconia”. Il titolo non mi diceva nulla.
Era un vero e proprio miracolo! La gioia di aver trovato qualcosa di uno dei miei scrittori preferiti che ancora non avevo gustata è stata così forte, che mi sono addirittura dimenticata di raccogliere tutti i libri che avevo trascinato per terra!

Per la prima volta da anni, sono uscita dalla libreria con un solo libro in mano (seguita da una scia di improperi lanciatimi dai commessi imbufaliti).

Morale della favola.

Vale la pena leggere una raccolta poco conosciuta di racconti di Twain? Si, vale sempre la pena. Anche quando si tratta di tre racconti minori. Anche quando i primi due sono un poco stiracchiati, meno scorrevoli del solito, il primo un poco eccessivo nel tono finto adulatorio nei confronti di un immaginario scrittore, il secondo in alcuni punti addirittura ripetitivo. Perché Twain è pur sempre Twain e la sua “firma”, la sua zampata ce la mette sempre. E chiude la raccolta con un racconto, che vale da solo il prezzo di copertina. Si intitola “La signora Mc Williams ed il fulmine”. E’ un gioiellino di ironia e leggerezza.

Leggerezza mai sufficientemente celebrata.

ps IMPORTANTISSIMO: se avete intenzione di comprare l’ultimo libro di Paul Auster, “Viaggi nello scriptorium”, non, ripeto NON leggete la quarta di copertina.

Va bene che la “sorpresa” della trama è abbastanza prevedibile, ma uno spoileraggio così vergognoso grida vendetta!