Il bello della diretta

di maia, 12 settembre 2011

Ho un fidanzato che odia il calcio. Del resto l’uomo perfetto non esiste.
L’unica cosa che gli rende accettabile ascoltare il dopopartita alla radio, una sana, vecchia radio locale, sono le interruzioni pubblicitarie. Lui le adora. E non faccio fatica a capirlo.
Le radio locali fanno tenerezza. Conservano un sapore come di antico. E di casereccio che non può non riscaldarti il cuore, come un bel piatto di tortellini fatti a mano.
In più la sicurezza di essere ascoltati da gente “di casa” fa rilassare chi trasmette. Nessuno cerca di dominare il linguaggio, il dialetto imperversa incontrollato.
E la pubblicità è meravigliosa. Non ci son remore, non ci son limiti. Nessun gioco di parole è troppo grezzo o stupido per impedirne la messa in onda.
Le parole son talmente ipnotiche, da far dimenticare tutto il resto.

Quest’anno due spot su tutti spiccano:
“IL TUO AFFARE A PORTATA DI MANO!”
“E ORA SON COZZE VOSTRE!”
Varrà ben la pena di ascoltarsi 90 minuti di partita e 180 di commento, se poi si viene investiti, totalmente a sorpresa, da tanta poesia.

Chissà cosa stanno pubblicizzando.

Odi et amo

di maia, 28 marzo 2011

“Come faccio a saperlo? Come faccio a sapere perché ho creato un personaggio così disgustoso? Dovevo essere impazzita! Perché ho scelto un finlandese se non so niente della Finlandia? Perché ho pensato a tutte quelle maniere idiote che lo caratterizzano? Sono cose che succedono. Crei un personaggio… e sembra che il pubblico lo apprezzi… e tu continui… e prima che ti renda conto dove sei arrivata, ti ritrovi legata per tutta la vita a quell’esasperante Sven Hjerson. E la gente arriva persino a scrivere… a dire che gli devo essere molto affezionata. Affezionata? Se incontrassi quell’ossuto, magro vegetariano finlandese nella vita reale, imbastirei l’omicidio più perfetto che abbia mai inventato.”

La scrittrice Ariadne Oliver parla della sua creatura, Sven Hjerson, impareggiabile investigatore.
In un romanzo di Agatha Christie.
Con Poirot.

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New art attack

di maia, 21 febbraio 2011

Io di arte non capisco niente, lo so. Specialmente di quella contemporanea.

E già immagino le risposte sdegnate di chi l’arte contemporanea la studia e, soprattutto, la capisce. Quest’arte nuova e viva e pulsante e finalmente libera dalle polverose stanze dei polverosi musei.

Ma è più forte di me, a me vedere l’artista contemporaneo che crea in diretta un’opera d’arte contemporanea (con materiali di scarto della scenografia dello studio, contemporaneo) su art news, mi fa venire in mente un tristissimo misto fra una puntata di art attack e una della prova del cuoco.

(al minuto 25 del filmato è possibile ammirare il geniale Prodotto d’Artista)

Confessioni di una mente pericolosa

di maia, 19 febbraio 2011

Dove si dimostra che gli uomini sono davvero tutti uguali

Quando mia moglie si fa la doccia, sta più di un’ora a regolare l’acqua, e arriva in un punto precisissimo in cui se sposta il regolatore di un millimetro a sinistra l’acqua diventa bollente, e se lo sposta di un millimetro a destra diventa gelata.

In quel momento, quando ha compiuto uno sforzo sovrumano per avere la temperatura proprio al punto giusto, e il vapore annebbia gli specchi e fa della stanza da bagno un nido di tepore, finalmente si infila sotto la doccia.

In quel preciso momento io, lo giuro, involontariamente, ma con una scansione dei tempi perfetta, giro la manopola di un lavabo, in cucina o nell’altro bagno o chissà dove, e sotto la doccia l’acqua diventa improvvisamente pochissima e ghiacciata. So che lei si sta schiacciando in un angolo del box perché non ha il coraggio di chiudere per poi ricominciare da capo la regolazione, e soprattutto perché pensa che durerà soltanto un attimo, sta tirando dentro tutti i muscoli senza riuscire a evitare gocce assassine, e urla, urla a squarciagola «chiudiii, chiudiiiiii».

Se sento – perché con due getti d’acqua e le porte chiuse potrei anche non sentire; ma se sento quelle urla, mi rendo immediatamente conto e chiudo tutto.

Dopo, quando esce dalla doccia e avanza verso di me con gli occhi spiritati, io mi meraviglio, e la prima cosa che faccio è negare: giuro che non ricordo di aver aperto il rubinetto dell’acqua calda, lo giuro solennemente. Soltanto dopo un interrogatorio lungo e stressante, ammetto la colpa.

Ma giuro che mi ero dimenticato che stava facendo la doccia, altrimenti non l’avrei mai fatto.

(Francesco Piccolo, Momenti di trascurabile felicità, Einaudi 2010, pp. 20-21)

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Silenzio

di maia, 26 marzo 2010

Mi si accusa di essere un tipo pavido. Dice che preferisco il silenzio. Dice che sbaglio, che le parole, anche crude, sono necessarie. Sempre.

Non sono d’accordo. Qualche volta delle parole è meglio fare a meno.

Ieri sera, per esempio.

Nel mezzo di un evento mediatico senza precedenti, sbuca un cosino tenero, un pulcino bagnato, in evidente crisi da allergia primaverile, visto come si stropicciava ripetutamente il povero naso arrossato. Sale alla ribalta, fari troppo potenti su di lui.

Ho detto pulcino, ma forse era meglio coniglio. Sì, ecco, un coniglietto bagnato accecato dalle luci sfolgoranti di un set troppo più grande di lui. Ha fatto quello che fanno tutti i coniglietti accecati, si è immobilizzato e ti ha guardato con quegli occhietti acquosi, attoniti.

Impalato.

Azzittito.

D’improvviso tutto il bel discorsetto imparato a memoria va a farsi benedire, sbiadisce nella luce fredda dei fari.

Lui annaspa, non sa a cosa aggrapparsi.

Prova a ripartire, si inceppa di nuovo, quel paragone così acuto, quella similitudine colta gli scivola inesorabilmente fra le mani, e dire che la sapeva così bene, che l’aveva già esibita chissà quante volte davanti ai suoi amichetti.

E invece niente, l’occasione di una vita, quella di accreditarsi non solo come musicista colto, ma di upgradarsi addirittura a musicista colto-impegnato gli è mestamente evaporata fra le mani, lì, davanti a tutti.

Lui se ne accorge, se ne accorge eccome.

E reagisce nell’unico modo che gli è possibile.

Con un’altra citazione poetica fuori luogo e fuori contesto?

Ci prova, si vede che si sforza di riacchiappare qualcosa, qualche lontana reminiscenza che adesso non riesce proprio a vedere ma che, diamine, ci dev’essere, lì, che vagola solitaria nella mente annebbiata!

Il mio cavallo per una citazione, una qualunque, anche scolastica, perdio!

Ma tutto è inutile. Il nostro, in preda allo smarrimento più totale, sbraca.

Santoro, pietosamente, cambia discorso, introduce altri ospiti.

Ma lui, niente, non ci sta a fare la figura dello scemo, si reinfila nell’inquadratura, a forza, interrompe la discussione in corso e incomincia a sparlare confusamente. Si giustifica, blandisce gli astanti, non ottiene il plauso, perde il controllo, si innervosisce definitivamente.

Il coniglietto bagnato è sparito.

Ha ceduto il posto a un bimbo ansioso che, davanti alla tavola imbandita, di fronte ai parenti di ogni ordine e grado, si dimentica la filastrocca natalizia che aveva imparato con tanta fatica.
L’accesso rabbioso è incontenibile.
Nello stordimento totale gli pare finalmente di riconoscere qualcosa di familiare. E’ il mugghiare del pubblico in sottofondo. Ci è abituato a questo rumore, è il suo pane quotidiano, a X factor.
Ci si aggrappa con tutte le forze.

E’ a questo punto che l’ho fatto.
Ho tolto l’audio.
Sì, decisamente, a volte è di gran lunga meglio il silenzio.

Perché non l’hanno chiesto ad Evans?

di maia, 2 marzo 2010

Scusate, in questi giorni sto scrivendo effettivamente troppo, ma quando ho letto una nota di rael a un post sul blog del giallo mondadori proprio non ho potuto trattenermi.

Il pezzo è molto significativo. Spiega perfettamente come vanno le cose da noi, da un po’ di tempo a questa parte. Tempi in cui nelle posizioni di vertice in qualunque manifestazione/organizzazione/centro di produzione culturale non ci si mettono specialisti del settore, no,  ma nomi spendibili fra il grande pubblico.

Si mette a capo dei gialli mondadori (sempre che la notizia sia vera, che io non ci voglio credere) uno che confessa candidamente di non leggere gialli. Tranne quelli di Simenon e Stout. Ci mancava citasse Conan Doyle e la Christie e il poker era completo. Tutti autori che adoro, sia chiaro, ma limitarsi a conoscere loro ed essere messo a dirigere la collana di gialli più possente d’Italia è un po’ come se io fossi nominata direttrice di Cucina Moderna perché so fare divinamente il tiramisù. In pratica il nuovo direttore dei gialli Mondadori  della giallistica contemporanea non ne sa niente. Di quella italiana meno ancora. Meravigliosa la frase: ho accettato per più motivi. Innanzitutto, per fare una attenta escursione nella letteratura gialla attuale, conoscere gli autori italiani di libri gialli nel convincimento che fra loro c’è sicuramente qualche “campione”. Ah sì? E’ così che funziona? Cioè, prima si accetta la nomina a capo della sezione gialla di una delle più grandi case editrici e poi ci si informa sugli scrittori che circolano, da decenni, invisibili agli occhi del neodirettore, ma ben presenti ai tanti lettori, prevalentemente giovani e giovanissimi, al contrario di quanto lui pensa.

Egli, il preclaro direttore, pensa, infatti, che la sua mission (iniziamo anche noi, poveri sinistroidi piagnoni a parlare un po’ come si deve, eccheccazzo!) possa consistere nel: portare alla lettura dei gialli Mondadori   quel pubblico più giovane, diciamo dai 40 anni in giù, che forse ha sempre avuto per anagrafe scarso rapporto con questo tipo di libri e che non ha trovato in televisione o nel cinema uno stimolo a questa particolare letteratura, senza sapere che negli ultimi anni sono proprio questi, i “ggiovani” i lettori forti del genere. Se si escludono gli appassionati di Camilleri.

Ecco, forse il problema del nuovo direttore dei Gialli Mondadori è proprio questo. Credere che la giallistica post-Simenon in Italia sia solo Camilleri.

Niente Macchiavelli e i suoi innumerevoli figliocci, niente apertura di un nuovo genere, niente Dazieri (edito Mondadori!), niente Perdisa Pop, per citare solo una delle fucine più attive per le nuove leve (gialliste o meno) di narratori italiani.

Ciliegina sulla torta, il finale del pezzo. Merita di essere riportato per intero: personalmente sono convinto che il telespettatore piuttosto che il lettore (di libro o di giornale) gradirebbe intervenire, esprimere una propria opinione, suggerire un passaggio della trama e non solo banalmente il nome dell’assassino.

Cioè, i gialli della collana Mondadori seguiranno i suggerimenti degli “utenti”? Magari con un bel televoto? Che si fa, “Amici dei Gialli Mondadori”?

Ma si può?

In Italia sì.

In Italia si può nominare direttore dei Gialli Mondadori nientemeno che Maurizio Costanzo.

O almeno così pare, che l’unica conferma che ho trovato alla notizia è sul Corriere della Sera.

Quindi ho ancora qualche speranza che si tratti solo di una terribile bufala.