Silenzio
Mi si accusa di essere un tipo pavido. Dice che preferisco il silenzio. Dice che sbaglio, che le parole, anche crude, sono necessarie. Sempre.
Non sono d’accordo. Qualche volta delle parole è meglio fare a meno.
Ieri sera, per esempio.
Nel mezzo di un evento mediatico senza precedenti, sbuca un cosino tenero, un pulcino bagnato, in evidente crisi da allergia primaverile, visto come si stropicciava ripetutamente il povero naso arrossato. Sale alla ribalta, fari troppo potenti su di lui.
Ho detto pulcino, ma forse era meglio coniglio. Sì, ecco, un coniglietto bagnato accecato dalle luci sfolgoranti di un set troppo più grande di lui. Ha fatto quello che fanno tutti i coniglietti accecati, si è immobilizzato e ti ha guardato con quegli occhietti acquosi, attoniti.
Impalato.
Azzittito.
D’improvviso tutto il bel discorsetto imparato a memoria va a farsi benedire, sbiadisce nella luce fredda dei fari.
Lui annaspa, non sa a cosa aggrapparsi.
Prova a ripartire, si inceppa di nuovo, quel paragone così acuto, quella similitudine colta gli scivola inesorabilmente fra le mani, e dire che la sapeva così bene, che l’aveva già esibita chissà quante volte davanti ai suoi amichetti.
E invece niente, l’occasione di una vita, quella di accreditarsi non solo come musicista colto, ma di upgradarsi addirittura a musicista colto-impegnato gli è mestamente evaporata fra le mani, lì, davanti a tutti.
Lui se ne accorge, se ne accorge eccome.
E reagisce nell’unico modo che gli è possibile.
Con un’altra citazione poetica fuori luogo e fuori contesto?
Ci prova, si vede che si sforza di riacchiappare qualcosa, qualche lontana reminiscenza che adesso non riesce proprio a vedere ma che, diamine, ci dev’essere, lì, che vagola solitaria nella mente annebbiata!
Il mio cavallo per una citazione, una qualunque, anche scolastica, perdio!
Ma tutto è inutile. Il nostro, in preda allo smarrimento più totale, sbraca.
Santoro, pietosamente, cambia discorso, introduce altri ospiti.
Ma lui, niente, non ci sta a fare la figura dello scemo, si reinfila nell’inquadratura, a forza, interrompe la discussione in corso e incomincia a sparlare confusamente. Si giustifica, blandisce gli astanti, non ottiene il plauso, perde il controllo, si innervosisce definitivamente.
Il coniglietto bagnato è sparito.
Ha ceduto il posto a un bimbo ansioso che, davanti alla tavola imbandita, di fronte ai parenti di ogni ordine e grado, si dimentica la filastrocca natalizia che aveva imparato con tanta fatica.
L’accesso rabbioso è incontenibile.
Nello stordimento totale gli pare finalmente di riconoscere qualcosa di familiare. E’ il mugghiare del pubblico in sottofondo. Ci è abituato a questo rumore, è il suo pane quotidiano, a X factor.
Ci si aggrappa con tutte le forze.
E’ a questo punto che l’ho fatto.
Ho tolto l’audio.
Sì, decisamente, a volte è di gran lunga meglio il silenzio.
Perché non l’hanno chiesto ad Evans?
Scusate, in questi giorni sto scrivendo effettivamente troppo, ma quando ho letto una nota di rael a un post sul blog del giallo mondadori proprio non ho potuto trattenermi.
Il pezzo è molto significativo. Spiega perfettamente come vanno le cose da noi, da un po’ di tempo a questa parte. Tempi in cui nelle posizioni di vertice in qualunque manifestazione/organizzazione/centro di produzione culturale non ci si mettono specialisti del settore, no, ma nomi spendibili fra il grande pubblico.
Si mette a capo dei gialli mondadori (sempre che la notizia sia vera, che io non ci voglio credere) uno che confessa candidamente di non leggere gialli. Tranne quelli di Simenon e Stout. Ci mancava citasse Conan Doyle e la Christie e il poker era completo. Tutti autori che adoro, sia chiaro, ma limitarsi a conoscere loro ed essere messo a dirigere la collana di gialli più possente d’Italia è un po’ come se io fossi nominata direttrice di Cucina Moderna perché so fare divinamente il tiramisù. In pratica il nuovo direttore dei gialli Mondadori della giallistica contemporanea non ne sa niente. Di quella italiana meno ancora. Meravigliosa la frase: ho accettato per più motivi. Innanzitutto, per fare una attenta escursione nella letteratura gialla attuale, conoscere gli autori italiani di libri gialli nel convincimento che fra loro c’è sicuramente qualche “campione”. Ah sì? E’ così che funziona? Cioè, prima si accetta la nomina a capo della sezione gialla di una delle più grandi case editrici e poi ci si informa sugli scrittori che circolano, da decenni, invisibili agli occhi del neodirettore, ma ben presenti ai tanti lettori, prevalentemente giovani e giovanissimi, al contrario di quanto lui pensa.
Egli, il preclaro direttore, pensa, infatti, che la sua mission (iniziamo anche noi, poveri sinistroidi piagnoni a parlare un po’ come si deve, eccheccazzo!) possa consistere nel: portare alla lettura dei gialli Mondadori quel pubblico più giovane, diciamo dai 40 anni in giù, che forse ha sempre avuto per anagrafe scarso rapporto con questo tipo di libri e che non ha trovato in televisione o nel cinema uno stimolo a questa particolare letteratura“, senza sapere che negli ultimi anni sono proprio questi, i “ggiovani” i lettori forti del genere. Se si escludono gli appassionati di Camilleri.
Ecco, forse il problema del nuovo direttore dei Gialli Mondadori è proprio questo. Credere che la giallistica post-Simenon in Italia sia solo Camilleri.
Niente Macchiavelli e i suoi innumerevoli figliocci, niente apertura di un nuovo genere, niente Dazieri (edito Mondadori!), niente Perdisa Pop, per citare solo una delle fucine più attive per le nuove leve (gialliste o meno) di narratori italiani.
Ciliegina sulla torta, il finale del pezzo. Merita di essere riportato per intero: personalmente sono convinto che il telespettatore piuttosto che il lettore (di libro o di giornale) gradirebbe intervenire, esprimere una propria opinione, suggerire un passaggio della trama e non solo banalmente il nome dell’assassino.
Cioè, i gialli della collana Mondadori seguiranno i suggerimenti degli “utenti”? Magari con un bel televoto? Che si fa, “Amici dei Gialli Mondadori”?
Ma si può?
In Italia sì.
In Italia si può nominare direttore dei Gialli Mondadori nientemeno che Maurizio Costanzo.
O almeno così pare, che l’unica conferma che ho trovato alla notizia è sul Corriere della Sera.
Quindi ho ancora qualche speranza che si tratti solo di una terribile bufala.
Prossimamente, nei peggiori bar di Caracas
Finalmente.
Dopo chili di suole consumate1, litri di unghie mordicchiate2 nell’attesa, spasmodica, snervante, il momento è arrivato.
E ci si accorge subito che ci siamo.
Basta affacciarsi un attimo alla finestra, girarsi attorno, basta leggere gli innumerevoli lanci su internet, basta aprire un blog a caso. Da Trieste in giù, è tutto un risuonare di evviva, un riecheggiare di urrà. E’ tutto un vibrare di ansia eccitata. E nell’aria, l’inconfondibile, penetrante odore della gioia, mista a incontinenza.
No, non sto parlando della nuova serie di Boris (dopo l’orribile finale della seconda serie, mi ero ripromessa di non scriverne mai più. Dico, ma si può vedere un finale del genere? Così tirato via, così rabberciato? Niente, mi son sentita tradita e presa in giro, come una donna lungamente corteggiata che finalmente si concede all’uomo tentatore e quando, dopo bruciante attesa, finalmente, gli si mostra, bella, calda e nuda sul letto di lenzuola di raso, lui si gira e dice “no, grazie, oggi non ho voglia”. Ma si fa così?), in onda stasera, da qualche parte sul satellite (col cavolo che gli faccio pubblicità. Vergogna, traditore di un Biascica! Ridurti a omuncolo, dopo essere stato il grande, cinico fanfarone che mi aveva stregato…).
No, parlavo dell’Evento dell’anno, del Grande, dell’Unico, dello Spettacolo Con La Esse Maiuscola.
Signore e signori, finalmente potrete assistere a Hello Kitty, lo Show! In tutti i migliori teatri d’Italia. E anche nei peggiori. E anche nei medi. E’ praticamente ovunque!
C’è davvero, non scherzo.
(E comunque se René non ri ripiglia, io Boris non lo guardo più. Giuro!)
Scrittori
Ora, non è che sento sempre le voci.
A volte le voci le uso. In delle vere e proprie discussioni, argomentate e tutto.
Non c’è nulla di male a chiacchierare con un interlocutore immaginario.
Non dirmi che tu non lo fai mai.
E’ una tecnica di sopravvivenza.
Come quando si imbastiscono dei discorsi lunghissimi sul nulla per confondere le idee all’altro, con la speranza che quello, l’altro, leggendo, si dimentichi di che cosa si stava parlando.
Che poi questa tecnica, c’è gente che ci vive. Come questo gruppo di scrittori, tutti famosi, tutti amici fra di loro. Che mica ho mai capito come funziona, se diventano prima amici e poi scrittori famosi, tutti assieme, o se prima diventano scrittori, tutti famosi, e poi, siccome son tutti scrittori famosi, diventano amici fra di loro. Io li ho conosciuti, un giorno che ero ospite a pranzo da uno scrittore famoso, uno che fa parte di questo gruppo di scrittori famosi, tutti amici fra di loro. Che siccome son tutti amici fra di loro, a questo pranzo c’erano proprio tutti, questi scrittori famosi, che parlavano di scrittura con quel loro modo di raccontare che hanno, anche nei romanzi, pacato, piano, pieno di virgole, che sembra di vederle anche mentre parlano, tutte quelle virgole, sospese nell’aria, e con quel loro modo di saltabeccare da un argomento all’altro, che mi ricordano i passerotti sul terrazzo di casa, quando scuoto la tovaglia e qualche briciola non cade proprio giù, rimane in bilico sulla grondaia, e i passerotti lì a beccarle saltando dall’una all’altra, e poi arriva un colpo di vento improvviso e quelle cadono sui panni appena stesi dalla signora di sotto, che poi alle riunioni di condominio lo senti come urla! Che poi questi scrittori, dicevo, aprono delle parentesi lunghissime, e parentesi nelle parentesi, e parentesi nelle parentesi nelle parentesi, come infinite matriosche di parole, che poi quando apri una parentesi ne trovi sempre un’altra dentro, sempre più piccola e un po’ ti spiazza, ma vai avanti a seguire le parentesi, che prima o poi arriveranno al punto che si chiuderanno, ti dici, una dopo l’altra si chiuderanno e si arriverà al nocciolo della questione, ma al punto non ci arrivano mai e così, a differenza delle matriosche vere, arrivi al centro e non c’è niente, niente di solido intendo, niente di ricollegabile al discorso di partenza. Che poi, tanto, a quel punto mica te lo ricordi più il discorso di partenza. Le parentesi son come delle matriosche vuote. Che poi son così lunghe le parentesi, dicevo, che questi scrittori a volte nemmeno ce la fanno a chiuderle. O a volte, quando si impuntano, insistono e proprio si vede che hanno voglia di chiuderle, le parentesi, queste parentesi son diventate così lunghe, che poi gli tocca tagliarle a mezzo con un punto, o persino un punto esclamativo, a volte, quando il discorso lo richiede e proprio non se ne può fare a meno. E allora poi quando il discorso lo richiede e loro son proprio costretti a mettercelo, il punto, o il punto esclamativo, poi la parentesi gli tocca chiuderla nella frase successiva.
Pensa te.
Stavamo dicendo?
Recensioni da una riga – istantanea di un delitto
Ieri sera ho visto un film.
E’ uno delle decinaia di film tratti da un romanzo di Agatha Christie. Uno di quelli prodotti dalla tv (inglese) per la tv (inglese1 ).
L’attrice non è nemmeno una delle peggiori Miss Marple che abbia mai visto2.
Mentre lo guardavo, come si guarda un film tratto da Agatha Christie in cui non sia presente Peter Ustinov, ovvero limandomi le unghie dei piedi, pensavo a tante belle cose. Cose inedite.
Tipo quanto sia difficile tirar fuori un film da un libro di discreto successo, anche se il libro sembra fatto apposta per essere trasposto sullo schermo/monitor. Con i suoi intrighi all’acqua di rose, un filo sottile di suspance, del tipo stimolante, quel tipo che ti cala in un’atmosfera friccicosamente competitiva con l’autore. Del tipo gratificante, quel tipo che col minimo sforzo intellettivo ti fa sentire un genio dell’investigazione, senza scomporti troppo, mentre continui tranquillamente a farti il pedicure.
Insomma, una specie di crittogramma facilitato a immagini (televisive).
Poi pensavo alla forma del giallo classico, di come la Christie sia stata ingiustamente accusata di ingannare il lettore3.
Alle eterne lotte dei filo-giallisti vs filo-noiristi, di quanto sia scemo discutere di tutto questo, di quanto sia stupido accusare di polveroso semplicismo il romanzo a impianto investigativo classico, specialmente quelli della Christie4.
Così ho deciso di fare un post che le dia, alla Christie e alla sua opera, il giusto merito.
Darò inizio alle recensioni dei film tratti dai libri della Christie.
Recensioni dalla forma innovativa.
Recensioni in una riga.
Comincio con la recensione di Istantanea di un delitto (4.50 from Paddington), 1987, BBC:
E’ stato il dottore.
- quindi di livello molto superiore alla media cui siamo abituati qui, fra rai e mediaset [↩]
- di sicuro è molto meglio di Angela Lansbury, chiaramente fuori parte in quello che è una specie di costosissimo spin-off hollywoodiano, nel senso di pieno zeppo di star dello schermo, de La signora in Giallo [↩]
- a essere pignoli, lo ha fatto una volta sola. In tutti gli altri romanzi sfido qualunque lettore attento a non capire chi sia il colpevole nelle prime venti-trenta pagine. E se anche uno non ci fosse arrivato, a due terzi del romanzo, implacabile, arriva il solito falso indizio, sempre lo stesso, che ti chiarisce tutto [↩]
- biasimeresti mai la settimana enigmistica di essere un passatempo troppo poco artisticamente consistente e di scarso spessore psicologico? [↩]
Ristorantopoli – ovvero, la marchetta augurale
Oggi è il compleanno di Chinaski.
Come regalo vuole che si scriva di lui.
Siccome richiedere post e link non è bello, io scriverò un post sulla sua ultima fatica letteraria, “Ristorantopoli“. Ma a modo mio.
Ristorantopoli è un libro. Ha la forma di un libro, la consistenza di un libro e l’odore di un libro. Proprio come tutti i libri che ti aspetti di trovare in una libreria, ha una copertina colorata e delle pagine dentro, tutte ordinatamente numerate.
Esso libro, però, è un po’ birichino, ché se entri in una libreria non lo troverai mai al primo o al secondo colpo.
Non lo troverai neanche al terzo o al quarto, se è per questo.
Se poi cominci a scorrere tutti gli scaffali cercandolo, finisce che ti distrai e te ne esci con paccate di libri che non c’entrano nulla con Ristorantopoli.
Allora ti tocca tornare in libreria ancora e ancora, dilapidando un patrimonio in libri, che molto probabilmente non avresti mai comprato, non ti sarebbero nemmeno mai venuti in mente, se non avessi dovuto andare in libreria a cecare Ristorantopoli.
Alla fine ti stufi di cercare Ristorantopoli1 e ti decidi a rivolgerti a una commessa. Mentre ti avvicini, cominci a pentirti della mossa. Essa, la commessa, nel vederti incedere già ti fissa con l’aria seccata di quella che pensa no, no, non venire da me, vai a chiedere qualunque cosa il tuo dubbio gusto letterario ti dica che vuoi leggere a chiunque altro, non a me, vattene, sparisci, con la sola forza del mio guardo sprezzante, tu, ridicolo esempio di microcefalo deambulante, sentirai il bisogno di invertire la rotta e rompere i coglioni a qualche collega sfigato!
Ma tu non demordi, la avvicini con sorriso smagliante e butti lì con aria vaga “Buongiorno, starei cercando Ristorantopoli…”
“CHE?”
“Ehm… Ristorantopoli… sarebbe un… libro… di…”
Ma lei si è già voltata, con il sopracciglio destro che, a forza di inarcarsi, le è finito sulla nuca2, a digitare sul suo computer da riporto.
“E’ nel reparto cucina” ti vomita addosso, invelenita.
Allora tu ti allontani, scusandoti per il disturbo, e ti rechi di soppiatto al reparto gastronomia.
E lo vedi, splendente, fra una guida Michelin e un Gambero Rosso.
Perché esternamente è bello, molto bello, praticamente perfetto! Un perfetto incrocio fra “Guida Vini d’Italia“ e “Guida alle città del tartufo“.
Ci ha anche i disegnini delle posate sulla copertina, giusto per non sviare il potenziale acquirente3.
Il dentro, invece, non somiglia per niente a una guida di vini o di città da tartufo.
Il dentro sembra più un post di Chinaski, ma più lungo. Con meno cinismo, meno cattiveria, ma decisamente Chinaski.
E poi ha due o tre guizzi da antologia.
Tipo la descrizione dell’imbranato. O quella del sommelier improvvisato.
Pezzi bellissimi, che se avessi il libro a portata di mano, ve li citerei.
Ma il libro Ristorantopoli me l’ha rubato il fidanzato e non me lo ridà più.
Maledetto.
- e nella sezione “umoristica” non c’è, e nella sezione “società e cultura” non c’è, e nella sezione “grandi bloggers” non c’è [↩]
- vi chiederete come faccio a vedere un sopracciglio finito sulla nuca. E’ che la signora è completamente calva. Il che forse spiega il perché del suo contagioso buonumore. In compenso, però, ha dei bellissimi baffetti. Rinfoltiti dall’altro sopracciglio che, preda di un moto simmetrico e contrario rispetto al primo, le è sceso sul labbro superiore, donandole quel piacevole aspetto da Hitler calva, o da Mussolini baffuto [↩]
- che poi vi cercherà, testardo, la ricetta del fuà grà [↩]

