Californication - David Duchovny è uscito dal gruppo (o Piccole donne crescono)

di maia, 27 Giugno 2008

Guardati californication.
Allora, l’hai visto Californication?
Ma insomma, te lo guardi o no Californication?

Occhei, occhei, ho guardato Californication. E l’ho guardato tutto, dalla prima all’ultima puntata.

L’ho trovato l’innovativa serie paladina dell’irriverenza e della provocazione, sovvertitrice degli schemi serial-televisivi imperanti?

Sì e no.

L’ho trovato un telefilm simpatico, con un David Duchovny, finalmente libero dall’espressione sottovuoto che lo ingessava in X-Files, protagonista e produttore in gran forma che sembra spassarsela un mondo a girare scene assurde e ad interpretare situazioni imbarazzanti.

L’ho trovato un telefilm molto ben fatto. Puntate dal ritmo serrato, racconto veloce, giusta metratura di carni (femminili) ben esibite, giusta dose di trasgressioni (sesso, anche estremo, droghe, grosse ubriacature, personaggi fuori dalle righe). E poi sentimento, anche in dosi consistenti, ma che non appena rischia di strabordare nel melenso viene immediatamente fatto virare nell’umoristico e nel grottesco.

L’ho trovato però anche un po’ furbetto.
Perché il telefilm è tutto giocato su quel lieve confine che separa irriverenza ed eccesso, con un uso del politicamente scorretto talmente ben calibrato da far sospettare l’ennesima furbata acchiappa-audience.
In altre parole ho avuto la sensazione che tutto il suo sarcasmo e la sua crudezza, più che voglia di combattere l’ipocrisia imperante in tv, nascondessero in realtà la ben più prosaica voglia di scioccare lo spettatore, di offrigli immagini e situazioni scabrose per tenerlo attaccato allo schermo.

Comunque di peccato veniale si tratta. In fondo è pur sempre un prodotto televisivo (sebbene di qualità così alta da passare qui da noi solo sul satellite, per il momento) e sull’audience si deve basare.
Tutto sommato l’importante è che ci faccia divertire.

E le avventure di Hank-Duchovny divertono molto.
Hank, scrittore di successo, si trasferisce da New York a Los Angeles per seguire da vicino la sorte del suo libro, dal quale viene tratto un film con la coppia del momento: Tom Cruise e mogliettina.
Lo seguiamo per tutte e dodici le puntate abbattersi nel vedere il proprio lavoro trasformato, trasfigurato nel classico blockbuster dal titolo sciocco e smielato. Lo vediamo letteralmente soffrire quando viene riconosciuto come l’autore del film che odia.
In più la compagna lo lascia per andare a vivere con un ricco, noiosissimo californiano e si porta dietro anche la loro figlia adolescente.
Hank, lontano dalla sua musa e dalla sua città, sembra aver perso il “tocco” e trascorre le giornate tra un eccesso e l’altro, fra donne bellissime di ogni età e gusto sessuale, fra sballi continui e batoste private.
Non smette mai di provarci con la ex, della quale è ancora follemente innamorato.
E’ tenerissimo e imbranato con la figlia, che ovviamente è incredibilmente intelligente e matura per la sua età, tanto che spesso è lei a indossare i panni del genitore e lui quello dell’adolescente incosciente.
Si mette nei guai in svariati modi, vede il proprio miglior amico (e agente) mettersi nei guai a sua volta.
Però conserva sempre quella sua aria cinica e stropicciata che piace tanto e in un modo o nell’altro riesce ogni volta a cadere in piedi.

Come finirà la storia è facilissimo prevederlo e la scena finale è ad alto tasso di zuccherosità.
Ma in fondo si perdona anche quello.

E se tutte le trasgressioni, una via l’altra, alla fine perdono la loro forza conturbante, un’unica cosa non smette di perturbare il bravo spettatore.
L’aver trasformato la dolce e piccola Gracie del serial “La Tata” in una temibile draghessa amorale assetata di sesso.

Questo è il vero colpo basso!

AGGIORNAMENTO

a quanto pare Californication passerà sulle reti mediaset.
Sta tutto a vedere quanto verrà “depurato” di parole e situazioni rispetto all’originale.
Comunque può essere un successo.

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Il buon pastore

di maia, 17 Giugno 2008

Non so se ve siete accorti, ma è tempo di europei.

Mi ero ripromessa di non parlarne, specialmente dopo aver letto gli articoli deliranti del dopo Italia-Olanda.
Specialmente dopo aver letto quello di Edmondo Berselli su Repubblica.
Era davvero difficile immaginare un tale numero di scempiaggini e banalità riunite tutte in un unico pezzo, eppure lui ci è riuscito.
Benedetto uomo, non finirà mai di stupirmi.

Ma non è di questo che volevo parlare.

Guardando l’Italia giocare con gli orange, in tutta la sua inanità, mentre guardavo quell’uomo solo e malinconico in panchina, mi chiedevo: basta essere un grande giocatore per essere automaticamente un bravo allenatore?

La risposta ovviamente è no, esattamente come non basta essere un mostro sacro di attore per essere un bravo regista.
L’abilità come “attore” (in senso lato) non garantisce affatto la capacità di saper prendere per mano un pugno di uomini, di saperli dirigere e far lavorare all’unisono, dettando modi e tempi efficaci.

Esempio evidente di questa brillante ed originale osservazione (parevo quasi un Berselli in gonnella) è “The Good Shepherd”, primo film importante di De Niro come regista.

Il film è sinceramente brutto.
E’ lungo, lunghissimo (dura circa due ore e quaranta), troppo parlato, troppo statico. Stilisticamente è corretto, nulla da dire, si tratta di un solido film “classico”, molto elegante, ma in tutta la sua algida classicità ed eleganza risulta ingessato.

Non gli mancano le prime punte, il cast è stellare, ma avere attori bravi e di personalità non basta per conferire personalità al film.
Quello che rimane è una discreta prova d’attore del protagonista (Matt Damon) e di qualche comprimario (William Hurt) e l’amara sensazione di trovarsi davanti ad una ghiotta occasione andata sprecata.

Il soggetto era infatti molto stuzzicante.
Si racconta la genesi della famigerata CIA, di come è sorta dalle ceneri del servizio segreto militare americano, di come la sua ossatura sia stata presa di peso dalla cricca della meglio gioventù dell’alta borghesia americana.
Si raccontano i metodi, la presunzione di agire sempre per il meglio di quegli uomini che vivono in un mondo tutto loro, allucinato e senza veri affetti.
Del resto come potrebbe essere altrimenti se si vive costantemente nella segretezza e nell’inganno, nella sfiducia verso il prossimo e nell’ansia di essere scoperti.

Insomma, di materiale succulento ce n’era in abbondanza.
Di capacità singole pure.
Purtroppo è mancato un uomo che sapesse sfruttare con mano sicura tutte queste risorse, che sapesse amalgamarle e che sapesse tirarne fuori il meglio.

Che dire, Robert(o), speriamo nel prossimo film!

L’ultima tempesta

di maia, 25 Aprile 2008

 

Dice il Dizionario Snob del Cinema (uno spassoso libretto di Kamp e Levi che mette alla berlina i cinefili snob ad uso e consumo di un pubblico di cinefili snob1) a pagina 71:

GREENAWAY, PETER. Probabilmente il più perverso dei registi della Perfida Albione, Greenaway mette a dura prova il sistema nervoso dei Cinefili Snob più incalliti a colpi di macabra violenza, pretenziosità oltre ogni limite, inglesi nudi con tanto di chiazze in bella vista. Laddove i suoi primi lungometraggi si limitavano ad essere incomprensibili (…) le cose di Greenaway sono diventate sempre più lambiccate e fetenti (…).

Ora, è ovvio che dopo una presentazione del genere, quando mi è arrivata una mail dal titolo “PER CINEMAGGIO “L’ULTIMA TEMPESTA” DI PETER GREENAWAY” non ho potuto fare a meno di leggerne il contenuto avidamente.
Capita, infatti, che nel nome della famosa manifestazione culturale del Maggio Musicale Fiorentino si organizzino in città eventi culturali di un certo spessore. Quest’anno poi gli appuntamenti riguardano non solo musica classica, opera e balletto, ma tutto quello che è riassumibile sotto il vago nome di “arte”.
Compreso il cinema.
Ed è sotto queste premesse che al cinema Odeon, uno dei più centrali e belli della città, si tiene una “rassegna di proiezioni e incontri con gli artisti”.
Già stuzzicata di mio dalla scritta “L’ingresso è libero fino ad esaurimento dei posti disponibili”, quando ho letto il lancio che l’ufficio stampa del Maggio2 faceva del film (un viaggio assordante e ridondante, dilatato e delirante) e forte della breve scheda su wikipedia (qui la tendenza alla ridondanza formale di Greenaway raggiunge limiti prossimi all’ eccesso), non ho più avuto dubbi. Dovevo vederlo.

Così arrivo puntuale all’appuntamento, il tizio che doveva presentare il film aveva quasi finito di blaterare e c’erano ancora alcuni posti disponibili. Età media dell’uditorio sui settanta anni.
Scelgo attentamente la mia poltrona, non troppo vicina allo schermo per non far soffrire i miei occhi, non troppo lontana dall’uscita per un’eventuale ritirata strategica.

Il curatore dice non so cosa delle scene del film che riprendono pari pari alcuni quadri famosi, i più accorti di voi li riconosceranno sicuramente, ammicca.
A quanto pare quella che stiamo per ammirare è l’unica pellicola rimasta del film in italia. E’ molto consumata, ci saranno salti di immagini e di battute, ma non preoccupatevi, il film resta assolutamente comprensibile e la perdita è minima. Tutte le parti recitate sono affidate ad un solo attore, il grande Gielgud, gli altri sono come marionette nelle sue mani. Buona visione.
Il signore anziano al mio fianco prende a russare dolcemente a luci ancora accese.

Buio in sala.
Siamo subito sommersi da un turbinio di immagini e parole.
All’inizio cerco di ritrovare qualcosa della tragedia shakespeariana, in fondo è a questa che il film narrativamente si ispira.
Combatto disperatamente contro i gorghi verbosi che si fanno sempre più veementi ma, lo sento, questa lotta è inutile.
Dopo una decina di minuti di ricche allegorie visive e metafore e allusioni e rimandi, mi lascio andare, sfinita, come i naufraghi ai flutti maligni.
E nel momento stesso in cui mi arrendo, le e onde si fanno dolci e mi cullano verso un viaggio inatteso e straniante.
In altre parole, appena spengo il cervello e smetto di cercar di capire, inizio a godermi il film come un affascinante susseguirsi di immagini potenti, veri e propri quadri viventi, dai contrasti forti, di colori, di luci ed ombre, di suoni.

Paradossalmente a infastidirmi non è stata la lunghezza del film o l’eccessivo accumulo di significato in alcuni punti.

L’unica cosa che mi ha veramente irritata è stata la gratuità dello spettacolo che mi ha privato di uno dei motivi per cui vado al cinema.
Che dopo la prima ora le due signore alle mie spalle hanno preso a commentare ogni singola scena ad alta voce.
E io non potevo nemmeno rigirarmi con la solita espressione burbera sibilando “ma insomma, non ho mica pagato il biglietto per sentir parlare voi due!”

Ps curiosamente poco dopo in tv hanno trasmesso un altro film che tratta metaforicamente, su altri livelli e con altri modi, certo, del significato e del valore dell’arte, della magia e della potenza creativa della narrazione.
Però di vedermi il seme della follia dopo L’ultima tempesta non ho proprio avuto cuore.

  1. i cinefili snob sono notoriamente autoironici e accettano di buon grado le prese in giro, purché provenienti da loro pari []
  2. questo ufficio stampa non la smette mai di stupirmi. Ad ogni uscita una nuova perla. Tipo elencare fra i pittori che hanno ispirato le scene del film, fra Rubens e il Veronese, Antonello da Messina e Giorgione, il fantasmagorico Bornzino. E’ confortante sapere che la pubblicità di una delle istituzioni più alte della cultura cittadina sia stata affidata a dei tipi che ritengono il punto forte della manifestazione sia il negozio di gadget, che assoldano la Cucinotta quale promoter della cultura alta e che non rileggono nemmeno i comunicati stampa che scrivono []

Boris (gli occhi del cuore)

di maia, 30 Marzo 2008

i più attenti (e più musicalmente colti) di voi avranno sicuramente riconosciuto il pezzo che ho postato, anche se abituati ad ascoltarlo con altre parole.
La musica e la voce sono inconfondibili.
Si tratta del regalo che Elio ha voluto fare ad un esperimento coraggioso della televisione italiana.

Della televisione satellitare, per essere precisi, perché un prodotto del genere difficilmente avrebbe potuto veder la luce su un canale rai-mediaset.
Né, a occhio, troverà posto nei palinsesti della tv generalista, se non ad orari strani, magari in piena notte, quando il rischio che la novità non raccolga il favore del pubblico sono minimizzati.

Boris è un telefilm intelligente, giocato tutto sulla scrittura e sulla recitazione, senza trucchetti, senza scorciatoie, senza quei “ganci” che solitamente riempiono tutte le produzioni “raiset”. In altre parole non ci sono belloni spaventosi, né battute grevi, né quel sapore zuccheroso che a noi “ce piace tanto”.

Qui si prende in giro la fiction italiana, e lo si fa con una ferocia garbata, senza sconti e senza orpelli.
Nessuno si salva, il set è popolato da esseri cinici, egoisti, disillusi, tutti (tranne gli attori, ovviamente cani e raccomandatissimi, troppo pieni di sé per rendersi conto di qualunque cosa che non sia la propria immagine) perfettamente coscienti di star realizzando un’opera sciatta, squallida, insensata, in poche parole brutta.
In questo mondo viene catapultato un giovane stagista dall’animo innocente, entusiasta all’idea di poter stare così vicino ad un vero regista e di poter imparare da lui il magnifico mestiere di confezionatore di sogni.
Quello che si ritrova davanti è un uomo cui interessa solo chiudere al più presto le scene senza impegnarsi troppo, convinto che al pubblico di fiction piacciano solo porcate. E lui porcate confeziona.
Così chiede al suo direttore delle luci, cocainomane perennemente a caccia di un’altra dose, di “smarmellare” tutto, ossia buttare una luce piatta e spersonalizzante sul set. Agli attori chiede solo facce perplesse. Ma soprattutto tutti devono fare tutto “un po’ a cazzo di cane”.
Lo stagista, inizialmente spaesato, pian piano si adegua.

Non mancano il delegato di rete, tipico funzionario (rai?) che non capisce niente di televisione, recitazione, regia, cui interessa solo mantenere il proprio posto, interpretato da un ottimo Antonio Catania, il delegato di produzione, che pensa solo a risparmiare soldi, gli sceneggiatori idioti, la segretaria di produzione alcolizzata e l’assistente alla regia, una Caterina Guzzanti mai così in forma.

Fra l’altro il telefilm deve essere molto piaciuto anche agli addetti ai lavori, visto che col passare delle puntate sono aumentate le partecipazioni amichevoli di attori più o meno famosi.

Il risultato è un prodotto leggero, veloce, apprezzabile anche nella crudezza delle luci (quelle “vere”, non quelle della finta fiction) e della scenografia. Certo, non si fanno le grasse risate, ma alla fine di ogni puntata non si ha l’impressione di aver buttato via malamente venti minuti.

Il che è quasi un miracolo nel desolato panorama televisivo italiano.

Ultime dalla tv

di maia, 15 Gennaio 2008

Dopo l’enorme successo riscosso da “Batti le bionde”, su italia uno si apprestano a lanciare altri quiz con lo stesso intento di smontare vieti luoghi comuni.
Sono già pronte le puntate pilota di “Donna nana tutta tana” e “Donna al volante pericolo costante”.
A seguito delle proteste del conduttore cui verrà affidato l’intero blocco delle trasmissioni, gli autori si son visti invece costretti ad abbandonare l’idea del rivoluzionario “Tira più un pelo di fica…”.
“Qui si stava francamente trascendendo” dichiara indignato Papi in conferenza stampa “è vero che in tv ormai se ne vedono di tutti i colori, ma un carro di buoi è veramente troppo!”

La vita è meravigliosa

di maia, 8 Gennaio 2008

Il mio problema è che guardo troppi film.
E ne rimango terribilmente impressionata.
Come quella volta dopo matrix, quando cercavo ovunque la pillolina blu che mi avrebbe fatto risvegliare tranquillamente nel mio letto. Alla fine l’ho trovata. E mi sono risvegliata nella tana del bianconiglio.
O quella volta dopo jfk, quando sperimentavo la teoria del proiettile impazzito dalle finestre di casa.
Ma nessun film, e ripeto nessuno, è pericoloso quanto “la vita è meravigliosa”.
Ricordo quando lo facevano ogni anno in tv. Non appena le case andavano riempiendosi di alberi di natale e panettoni, lui zac! Si presentava in tutto il suo abbagliante bianco e nero.

Odiavo quel film, mi faceva piangere sempre. Mia mamma, inflessibile, ci obbligava a guardarlo. Lei adorava quel film. La faceva piangere sempre.
Ma da un po’ di anni non lo trasmettono più. Non sulle reti principali, almeno. Ogni tanto lo si vede sbucare su qualche canale locale.
Quest’anno, per esempio, era su tv-quartiere 5. Non lo si poteva guardare. La pellicola saltellante, l’audio fuori sincrono. Una pena. E sono stata assalita da un’ondata di nostalgia. In fondo mamma è tanto che non piange più come si deve. Frignucola ogni tanto, ma si vede che non lo fa con vera soddisfazione.
Così sono andata di nascosto in videoteca (in epoca emuliana è diventata pratica inconfessabile) e l’ho visto.
Tutto solo nel reparto Frank Capra. Tutti gli altri erano stati comprati, tutti gli “Accadde una notte”, i “Meet John Doe”, gli “Arsenico e vecchi merletti”… solo lui era rimasto lì. Avrei dovuto capire che non era una buona idea.
E invece l’ho preso.
A casa, tutti erano impazziti dietro il cenone di natale. Non ho provato nemmeno ad offrire il mio aiuto. Da quando ho visto ratatouille mi è proibito l’accesso in cucina.
Mi sono rinchiusa nella cameretta e ho inserito il dvd nel lettore.
Dopo due secondi ero irritata dalla saccenteria di quell’operetta morale, annegata sotto strati e strati di melassa.
Dopo quattro innaffiavo il parquet delle mie calde lacrime.
Santo cielo, mi dicevo, ognuno di noi è importante, ma che dico, fondamentale nella vita altrui! E ognuno è artefice del proprio destino! Se solo lo voglio, posso riuscire in tutto. Voglio fare miss universo? Basta volerlo! Voglio diventare campionessa del mondo di qualunque cosa? Basta volerlo! Voglio diventare miliardaria? Basta volerlo!
Basta mettersi in bilico su un ponte la notte di natale e minacciare di buttarsi di sotto ed ecco che l’angelo di seconda classe comparirà al mio fianco e mi indicherà la strada!
Aspetto trepidante l’avvicinarsi della mezzanotte. Appena mi accorgo che tutti i familiari sono in preda ai fumi dell’alcol e cominciano a cantare novene pasquali, sgattaiolo fuori di casa e mi avvio verso Pont sur Mugnon.
L’avevo scelto con cura.
Doveva essere un ponte abbastanza bello, con eleganza e dignità di ponte da (pseudo)tentato suicidio.
Ma non doveva essere troppo centrale o frequentato, altrimenti correvo il rischio che qualche benintenzionato di passaggio si mettesse in testa di “salvarmi” prima dell’arrivo del mio Clarence.
Pont sur Mugnon è perfetto per questo. Solido, sobrio e isolato.
Mi inerpico sul mezzo metro e passa della spalletta e comincio a guardare verso l’alto.

Niente.

Porta pazienza, mi dico, Clarence e i suoi in fondo operano in america, per quanto angeli, ci vorrà pure del tempo per arrivare sin qua.

Dopo qualche ora comincio a spazientirmi.
“ehi, lassù, mi vedete? Io son qui, sul ponte. Sfiduciata nella vita, nelle mie capacità, ecc ecc. e sto per buttarmi. Capito? IO STO PER BUTTARMI!”

Niente.

“Allora? Siete sordi? IO MI BUTTO, EH”

Niente.

Vabbè, è la notte di natale, magari adesso sono impegnati. Tanto io non ho fretta. A casa sono tutti ubriachi e comunque c’è cibo in abbondanza, almeno fino al ventisette non si accorgeranno nemmeno della mia assenza.
Posso aspettare.
Però fa freddo…
Magari se saltello un po’ mi riscaldo.
Certo, se nevicasse sarebbe meglio. Sarebbe più romantico. Vuoi mettere con questa pioggerellina? E questo ghiacc…

Per fortuna il ponte che avevo scelto non era troppo alto.
Ho qualche costola dolorante e una gamba ingessata, ma in fondo non me la passo niente male.
È vero, è una seccatura rimanere immobilizzati su una sedia a rotelle, però almeno adesso sono al centro dell’attenzione. I dottori hanno detto che devo starmene calma e in assoluto riposo per qualche tempo e i miei mi vezzeggiano premurosamente. Mi hanno addirittura regalato un film!
Ehi, è Hitchcock! Io adoro Hitchcock!
E “la finestra sul cortile” non l’ho mai visto!

alcune nozioni fondamentali

di maia, 16 Dicembre 2007

Ieri sera sono andata al cinema.
Ho visto “Irina Palm”, un film che raccomando caldamente a tutti.

È delicato e divertente.


Ma sopra ogni cosa, è un film istruttivo.
Non sono pochi gli spunti su cui mi ha fatto riflettere.


Ad esempio ho imparato che non è mai troppo tardi per reinserirsi nel mondo del lavoro. Basta essere dotati di sufficiente elasticità mentale.

Che gli uomini si eccitano come porci anche davanti a culi peni di cellulite. Basta avere un palo da lap dance.

Che a masturbare professionalmente si guadagna anche 800 sterline a settimana.
Niente male davvero in questi periodi di magra.
Basta avere mani morbide (mai più dimenticare la cremina nivea!) e un buon tocco (che si può sempre acquisire).

Che i rovesci esistenziali e gli abusi di alcol e droghe possono rovinarti la voce e la vita (in tutti i sensi) fino a renderti quasi irriconoscibile, ma quando una è Donna, lo rimane per sempre.

the titlekillers

di maia, 21 Novembre 2007

l’altra sera me ne stavo mollemente distesa sul letto a godermi un film che adoro.
Mentre ero lì che ridacchiavo di gusto, non ho potuto fare a meno di domandarmi un paio di cose.

Primo: perché chi ha il compito di tradurre i titoli dei film stranieri in italiano fa così? Ce l’avrà con gli autori? Col regista? Con gli attori? Oppure mettono lì il primo che capita? Magari con un vocabolarietto italiano/inglese-inglese/italiano, uno di quelli tascabili, tanto carini, tanto piccini, che non si legge mai quello che c’è scritto.
Magari è solo il portiere degli studi di doppiaggio.
Lui se ne sta lì, tranquillo, a fine turno, che pensa alla poltrona sformata, tanto comoda, che l’aspetta a casa. Comincia a cambiarsi (i portieri me li immagino tutti così, con la divisa rossa e il cappello coi galloni dorati) canticchiando (i portieri me li immagino tutti così, intonatissimi) e accennando qualche passo di danza (i portieri me li immagino tutti goffi, ma questo balla come Gene Kelly). All’improvviso, dal buio dell’atrio ormai vuoto, si leva, terribile, un: “Ma porc! Ci siamo dimenticati di nuovo il titolo! Chiama fred!”
“E’ andato”
“Chiama bill!”
“Andato”
“Cavolo! chi ci è rimasto?”
“Nessuno, se ne sono andati tutti. Del resto son già le sedici e trenta!”
“Acciderbola! Ho appuntamento dal paragnosta! E adesso come facciamo? Uhm… TU!”
“Chi, io?”
“Si, tu, Fred Astair! (i direttori del doppiaggio guardano troppi film e fanno un poco di confusione). Vieni qui. Ho un compito importantissimo da affidarti. Un compito dal quale dipende la riuscita di tutto il film. Ma che sto dicendo! Di questa società di doppiaggio! Ma che dico! Del tuo posto di lavoro!”
“Ma… io…”
“Zitto! Adesso, per il bene dell’umanità (e del tuo posto di lavoro) tu farai quanto ti dico. Lo vedi questo? Questo è il titolo del film che abbiamo appena doppiato. Si chiama “The Ladykillers”. E’ inglese, eh. Adesso tu prendi questo bel vocabolarietto italiano/inglese-inglese/italiano e mi traduci il titolo. Ma fai presto, che domani mattina alle cinque dobbiamo distribuirlo a tutti i cinema d’italia!”

E così il poveretto, che non apre un vocabolario da quando ci nascondeva le fotine porno dal controllo dell’occhiuta mamma, si ubriaca ben bene per farsi coraggio e, moccolando, si mette all’opera.

E’ l’unica spiegazione plausibile per cui “The ladykillers” sia potuto diventare “La signora omicidi”.

Punto secondo.
Perché quando un film riesce perfetto si deve per forza sentire il bisogno di rifarlo?
Non è meglio lasciarlo così com’è, nella sua perfezione?
Questo, ad esempio. Il ritmo, le luci, le ombre, la scenografia. Ogni cosa è esattamente come dovrebbe essere. Ogni scena è necessaria. Ogni inquadratura è significativa.
E’ un film che non perde un colpo, che non rallenta mai.
Un film in cui la recitazione è geniale, carica, ma mai eccessiva. Istrionica, ma controllata. In cui l’attore è fondamentale, ma non sopravanza mai la scrittura.
Un film in cui la scrittura è curatissima, ma non soffoca mai gli attori costringendoli a parlarsi addosso.
Insomma, un raro esempio di equilibrio.
Un meccanismo ad orologeria, si sarebbe detto una volta. E infatti è un film di una volta. Del 1955.

Poi nel 2004 arrivano i fratelli Coen (che io adoro) e me lo trasformano in un insulso carrozzone strabordante di colpi di scena, stiracchiati. Ne fanno un lunapark di colori. Di suoni. Un’accozzaglia di caricature improponibili, poco simpatiche, fra le quali spicca il gigionismo di un primattore francamente irritante. Che dal confronto con Alec Guinness esce a pezzi.

Ma soprattutto nel rifacimento si è perso il senso del ritmo. Il vero segreto di certo cinema.
Il tempo delle battute e dell’azione, scandito in maniera anche esplicita durante il film, tramite il metronomo umano sir Alec Guinness, è stato dilatato, distorto, sbrodolato.
Quello che era precisione, perfetta simmetria, gioco di fioretto, si trasforma in ansia, in fretta. In noia. Diventa un colpo di clava che si abbatte, sonoro, sul cranio dei poveri spettatori.

Perché?

ps in questi giorni sarò spesso assente.
Il nuovo lavoro mi assorbe giorno e notte. Negli incubi.
Portate pazienza, tornerò presto. Il tempo di spacciarmi per lavoratrice indefessa…

nuovo cinema paradiso (ovvero consigli per il fine settimana)

di maia, 2 Novembre 2007

Ieri sera un amico mi ha portato a vedere l’ultimo film di Coppola.
Con l’inganno. Io credevo di andare a vedere i Vanzina.
Il cinema prescelto è uno dei più scomodi di Firenze. Di quelli con le file di poltroncine talmente attaccate le une alle altre, che ogni volta che cerco di accavallare le gambe rimango incastrata nello schienale di quello davanti.
Abbiamo scelto il secondo spettacolo pomeridiano, per evitare l’effetto abbiocco e l’eccessivo afflusso di gente.
Siamo arrivati con un certo anticipo, ed abbiamo fatto benissimo. All’entrata c’è una calca spaventosa. Non è possibile, non saranno tutti qui a vedere il nostro film!
E invece sì. Tutti per FFC.
La signora alle mie spalle ha evidenti problemi di incontinenza. Incontinenza motoria, intendo. È tutta un agitarsi, spintonare, tirarmi gomitate nel bel mezzo della schiena.
All’apertura delle porte, la massa si riversa nella sala in maniera scomposta, con una foga che nemmeno all’apertura del nuovo Mediaworld di Empoli. Non si salvano donne e anziani. I bambini sì, visto che non ce ne sono.
La corsa alla conquista del posto migliore è drammatica. Tutti cercano di accaparrarsi le poltroncine centrali. Alcuni ritardatari, subdoli e velocissimi, riescono ad insinuarsi sotto le terga di chi si stava sedendo, sicuro del posto suo. Sembra di assistere ad un torneo collettivo di sbarbacipolla.
Noi ci allontaniamo dalla ressa e ci scegliamo dignitosissime poltroncine quasi-centrali vicino allo schermo.
Appena seduta, l’Uomo Alto col Cappello entra nella fila avanti alla mia.
Poco male, ormai sono rassegnata. Ogni volta che vado al cinema, nei due posti davanti a me siedono sempre l’Uomo Alto Col Cappello e la Donna Con Il Cesto Di Capelli. Tanto che ormai ho sviluppato una tecnica di visione ondulatoria. Incuneo i miei occhi negli spazietti che le loro teste lasciano vuoti, spostandomi al ritmo dei loro spostamenti. In pratica vedo i film in eterno movimento, ma in fondo questo mi piace. È un po’ come guardare un film sul ponte di una nave. E io adoro il mare.
Ma… un momento! L’Uomo non si siede proprio davanti a me! Miracolosamente sceglie la poltroncina affianco, facendo scorrere anche la Donna Con Il Cesto Di Capelli!
Questo è un segno del destino. Vuol dire che sto per vedere un film fuori dal normale.

Si spengono le luci.
Inizia.
Siamo subito nel mezzo dell’azione.
Azione…
In effetti il film fuori dal comune lo è.

Al primo minuto vediamo un vecchio, distrutto, fallito che medita il suicidio.

Al quinto minuto vediamo il vecchio, da giovane, che viene piantato dalla sua bella che gli dice cose come:
la realtà può essere X
O non-X
O X e non-X mischiate insieme.
O non X e non-X mischiate insieme.

Al decimo stiamo guardando un film sul sogno, l’inconscio, il doppio.

Al ventesimo stiamo guardando un film sui mutanti e i loro superpoteri.

Al trentesimo un film sulle aberrazioni del nazismo.

Dopo un’ora vediamo un film d’amore.

Dopo un’ora e venti un film sul conflitto fra la sete di conoscenza e l’amore.
La ragazza amata ovviamente è la reincarnazione di quella che l’ha piantato filosoficamente.
Chiaramente stiamo assistendo a un film sulla ciclicità del tempo.

Dopo due ore, nel silenzio denso della sala, accecata da specchi che vanno in frantumi, si alza nitida una voce “ma non finisce mai?”.
Un sorriso divertito percorre tutte le poltroncine. Si avverte benissimo.
Io ho la schiena a pezzi, le gambe mi sono rimaste incastrate contro la poltroncina davanti, durante il mio primo tentativo di scavallare le gambe.

Lui muore. Vecchio, come all’inizio. Con una rosa in mano.

Si accendono le luci.

Fuori: allora, ti è piaciuto?
Francamente sì.
Anche se me ne sarebbero bastati anche solo due o tre di quei film.

riceviamo e volentieri pubblichiamo… (2)

di maia, 18 Ottobre 2007

Il CICAP Lombardia presenta:
“Omeopatia o Magia?”
Luigi Garlaschelli parlerà dell’omeopatia dalle sue origini fino alle più recenti scoperte.
***

Il CICAP Lombardia organizza a Pavia una conferenza dal titolo “Omeopatia o magia?” (…) Relatore Luigi Garlaschelli, chimico, CICAP.
Argomento: origini storiche dell’omeopatia, suoi fondamenti pseudoscientifici; considerazioni chimiche, farmacologiche, cliniche.
La letteratura scientifica. Storia di due secoli di fallimenti nel dimostrarne l’efficacia.
Effetto placebo, e perché le terapie intrinsecamente inefficaci sembrano funzionare.

Ingresso libero e gratuito, per motivi di sicurezza l’ingresso è
limitato ai soli posti a sedere.

Questo il comunicato.
Ora mi chiedo, solo a me ricorda il famigerato dibattito di benignesca memoria?
Solo a me sembra tanto:

Ecch’i tema: “Pole la donna permettisi di pareggiare co’ l’omo?” No!
S’apre i’ dibattito.

Fin qui nulla di male. Diciamocelo, quasi tutte le conferenze hanno questa stessa impostazione.
Il problema è che ormai nella mia mente il serissimo incontro del Cicap è proseguito così…

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