cose che ho imparato

quando in ufficio l’atmosfera è lugubre
e la radio è bandita,
anche le musichine d’attesa telefonica possono creare dipendenza.
Al punto che quando ti rispondono, sei fortemente tentato di attaccare e ritelefonare.
POLTERGEIST (sono intorno a noi) Parte II
Che poi mi son sempre considerata una persona mediamente intelligente. Non tanto intelligente o troppo intelligente. Mediamente intelligente. Di quelle che dei quiz in tv conoscono ogni argomento. Di quelle che si indignano per la stupidità delle domande. Di quelle che rimpiangono i bei tempi in cui non c’erano tutti questi “aiutini”.
Di quelle che, mentre il conduttore ancora legge la domanda, prima che escano le quattro opzioni fra cui scegliere, inarcano il sopracciglio, sbuffano e mormorano schifati un “che cazzata!”.
E se i familiari, mediamente intelligenti anche loro, ma un po’ meno, chiedono “ah sì? E qual è la risposta giusta?”, incominciano vergognosamente a prendere tempo, imbastiscono uno studio semiologico sul vero significato del quesito, partendo da eva e il frutto proibito (tanto si sa che tutto è partito da lì e lì ritorna), fino a che il concorrente non ha risposto. Se particolarmente bravi, riescono a pronunciare la loro risposta giusta quasi in sincrono con il conduttore.
Ecco, io sono di quelli talmente abili, che sembrano sempre dare la risposta addirittura prima della tv.
Sono intelligente, dicevo. Mediamente intelligente.
E allora perché non mi sono accorta di nulla?
Perché francamente era poco credibile.
Tu sei lì, che ti licenzi.
Magari semplicemente ti è venuto a noia il colore delle scrivanie.
E allora decidi di andartene.
Fai la tua bella letterina di dimissioni. La guardi, te la riguardi… Mentre attraversi i corridoi a passo di carica, sei preso da una strana euforia. Canticchi Wagner, anche se non ti piace. Ti senti un poco come un esploratore. Un eroe. Il cambiamento. Lasciare il noto per l’ignoto… Ti fermi davanti alla porta del capo, conscio del momento. Sai che non si torna indietro. Come disse Cesare, Gallia est omnis divisa… Tiri un bel sospiro.
Bussi.
Consegni con aria trionfante.
Torni al tuo posto e usi il pc del tuo ormai ex ufficio per mandare il curriculum a giro.
Ti rispondono in meno di mezz’ora.
Stavano cercando proprio te! Cercavano uno con la tua qualifica, le tue conoscenze, le tue esperienze!
Ti stavano aspettando da giorni, da mesi, da anni!
Sei entusiasta.
Vai al colloquio.
Ti ricevono Gianni e Pinotto.
E qui qualche dubbio doveva venirti.
Quello basso e con una massa di capelli unti ti investe di parole. L’altro, quello alto senza capelli, forse muto, inciampa e per fingere disinvoltura si aggrappa alla sedia, trascinandola a terra in un rimbombo assordante.
Sono buffi, ti dici. Mi divertirò.
Ti mostrano la stanza in cui lavorerai.
Curiosamente le colleghe sono tutte in cappotto, sciarpa e guanti. Saranno appena rientrate dalla pausa caffè, ti dici.
C’è un bellissimo bar dall’altro lato della piazza. Mi divertirò un mondo.
L’atmosfera è solare, merito di quelle luci non troppo forti, che colorano tutto di un allegro arancione.
L’ambiente è importante. Cavoli se mi divertirò!
Senza contare la distanza da casa. Otto minuti a piedi. Addio costosissimi abbonamenti a bus che non passano mai, addio all’angoscia di essere perennemente in ritardo.
Dio, questo posto è il paradiso!
Poi, una alla volta, cadranno tutte le fette di prosciutto.
Il contratto proposto è di prova, un mese. Che vuol dire stipendio basso e tu che lavori come un ossesso, per ben figurare e farti assumere in pianta stabile.
Le colleghe sono tutte imbacuccate semplicemente perché il riscaldamento non funziona e se provi ad attaccare la stufetta elettrica, salta la corrente.
Impianto vecchio, dicono.
La pausa caffè non esiste, tranne che per Gianni e Pinotto. Loro verso le undici trillano contenti: “ragazze, noi andiamo a prenderci un bel caffè. Con questo freddo è proprio quello che ci vuole!”.
La luce così solare altro non è che lampadina poco costosa. Pochi watt, poca luce, poca vista.
A fine giornata torni a casa con un mal di capo che ti fa sragionare. Prendi in seria considerazione l’ipotesi di tagliarti la testa per bloccare il dolore.
E poi tante piccole cose che la prima volta non avevi notato.
Le mattonelle rotte tenute insieme dallo scotch da pacchi.
Il bagno, adibito a magazzino, con le finestre dai vecchi infissi gonfiati dall’umido e dalla pioggia che non si chiudono più, cosicché una lieve brezzolina invernale allieta le tue pause di riflessione…
E Gianni e Pinotto… quello che inizialmente ti era parso uno buffo modo di comportarsi, si rivela per quello che è.
Quei due non sono normali. Quei due in realtà sono due alieni.
O spiriti maligni.
Ma certo! Il palazzo deve essere stato costruito su un camposanto e gli spiriti residenti si sono offesi! Così lo hanno invaso. I due più imbranati hanno preso possesso di questo ufficio. Ed hanno cominciato a distruggerlo. Così si spiega la devastazione, gli strani rumori, le porte che sbattono in continuazione, le urla disumane che riempiono i corridoi…
Guardo con terrore la stufetta spenta. Non è che mi risucchia dentro?
Vabbè, mi consolo, almeno non arrivo mai in ritardo.
poltergeist sono intorno a noi parte II (versione splinderiana)
Che poi mi son sempre considerata una persona mediamente intelligente. Non tanto intelligente o troppo intelligente. Mediamente intelligente. Di quelle che dei quiz in tv conoscono ogni argomento. Di quelle che si indignano per la stupidità delle domande. Di quelle che rimpiangono i bei tempi in cui non c’erano tutti questi “aiutini”.
Di quelle che, mentre il conduttore ancora legge la domanda, prima che escano le quattro opzioni fra cui scegliere, inarcano il sopracciglio, sbuffano e mormorano schifati un “che cazzata!”.
E se i familiari, mediamente intelligenti anche loro, ma un po’ meno, chiedono “ah sì? E qual è la risposta giusta?”, incominciano vergognosamente a prendere tempo, imbastiscono uno studio semiologico sul vero significato del quesito, partendo da eva e il frutto proibito (tanto si sa che tutto è partito da lì e lì ritorna), fino a che il concorrente non ha risposto. Se particolarmente bravi, riescono a pronunciare la loro risposta giusta quasi in sincrono con il conduttore.
Ecco, io sono di quelli talmente abili, che sembrano sempre dare la risposta addirittura prima della tv.
Sono intelligente, dicevo. Mediamente intelligente.
E allora perché non mi sono accorta di nulla?
Perché francamente era poco credibile.
Tu sei lì, che ti licenzi.
Magari semplicemente ti è venuto a noia il colore delle scrivanie.
E allora decidi di andartene.
Fai la tua bella letterina di dimissioni. La guardi, te la riguardi… Mentre attraversi i corridoi a passo di carica, sei preso da una strana euforia. Canticchi Wagner, anche se non ti piace. Ti senti un poco come un esploratore. Un eroe. Il cambiamento. Lasciare il noto per l’ignoto… Ti fermi davanti alla porta del capo, conscio del momento. Sai che non si torna indietro. Come disse Cesare, Gallia est omnis divisa… Tiri un bel sospiro.
Bussi.
Consegni con aria trionfante.
Torni al tuo posto e usi il pc del tuo ormai ex ufficio per mandare il curriculum a giro.
Ti rispondono in meno di mezz’ora.
Stavano cercando proprio te! Cercavano uno con la tua qualifica, le tue conoscenze, le tue esperienze!
Ti stavano aspettando da giorni, da mesi, da anni!
Sei entusiasta.
Vai al colloquio.
Ti ricevono Gianni e Pinotto.
E qui qualche dubbio doveva venirti.
Quello basso e con una massa di capelli unti ti investe di parole. L’altro, quello alto senza capelli, forse muto, inciampa e per fingere disinvoltura si aggrappa alla sedia, trascinandola a terra in un rimbombo assordante.
Sono buffi, ti dici. Mi divertirò.
Ti mostrano la stanza in cui lavorerai.
Curiosamente le colleghe sono tutte in cappotto, sciarpa e guanti. Saranno appena rientrate dalla pausa caffè, ti dici.
C’è un bellissimo bar dall’altro lato della piazza. Mi divertirò un mondo.
L’atmosfera è solare, merito di quelle luci non troppo forti, che colorano tutto di un allegro arancione.
L’ambiente è importante. Cavoli se mi divertirò!
Senza contare la distanza da casa. Otto minuti a piedi. Addio costosissimi abbonamenti a bus che non passano mai, addio all’angoscia di essere perennemente in ritardo.
Dio, questo posto è il paradiso!
Poi, una alla volta, cadranno tutte le fette di prosciutto.
Il contratto proposto è di prova, un mese. Che vuol dire stipendio basso e tu che lavori come un ossesso, per ben figurare e farti assumere in pianta stabile.
Le colleghe sono tutte imbacuccate semplicemente perché il riscaldamento non funziona e se provi ad attaccare la stufetta elettrica, salta la corrente.
Impianto vecchio, dicono.
La pausa caffè non esiste, tranne che per Gianni e Pinotto. Loro verso le undici trillano contenti: “ragazze, noi andiamo a prenderci un bel caffè. Con questo freddo è proprio quello che ci vuole!”.
La luce così solare altro non è che lampadina poco costosa. Pochi watt, poca luce, poca vista.
A fine giornata torni a casa con un mal di capo che ti fa sragionare. Prendi in seria considerazione l’ipotesi di tagliarti la testa per bloccare il dolore.
E poi tante piccole cose che la prima volta non avevi notato.
Le mattonelle rotte tenute insieme dallo scotch da pacchi.
Il bagno, adibito a magazzino, con le finestre dai vecchi infissi gonfiati dall’umido e dalla pioggia che non si chiudono più, cosicché una lieve brezzolina invernale allieta le tue pause di riflessione…
E Gianni e Pinotto… quello che inizialmente ti era parso uno buffo modo di comportarsi, si rivela per quello che è.
Quei due non sono normali. Quei due in realtà sono due alieni.
O spiriti maligni.
Ma certo! Il palazzo deve essere stato costruito su un camposanto e gli spiriti residenti si sono offesi! Così lo hanno invaso. I due più imbranati hanno preso possesso di questo ufficio. Ed hanno cominciato a distruggerlo. Così si spiega la devastazione, gli strani rumori, le porte che sbattono in continuazione, le urla disumane che riempiono i corridoi…
Guardo con terrore la stufetta spenta. Non è che mi risucchia dentro?
Vabbè, mi consolo, almeno non arrivo mai in ritardo.
alcune nozioni fondamentali
Ieri sera sono andata al cinema.
Ho visto “Irina Palm”, un film che raccomando caldamente a tutti.
È delicato e divertente.
Ma sopra ogni cosa, è un film istruttivo.
Non sono pochi gli spunti su cui mi ha fatto riflettere.
Ad esempio ho imparato che non è mai troppo tardi per reinserirsi nel mondo del lavoro. Basta essere dotati di sufficiente elasticità mentale.
Che gli uomini si eccitano come porci anche davanti a culi peni di cellulite. Basta avere un palo da lap dance.
Che a masturbare professionalmente si guadagna anche 800 sterline a settimana.
Niente male davvero in questi periodi di magra.
Basta avere mani morbide (mai più dimenticare la cremina nivea!) e un buon tocco (che si può sempre acquisire).
Che i rovesci esistenziali e gli abusi di alcol e droghe possono rovinarti la voce e la vita (in tutti i sensi) fino a renderti quasi irriconoscibile, ma quando una è Donna, lo rimane per sempre.
Il sangue degli altri
Avviso importante per tutti i miei lettori siciliani (sono solo tre, ma bellissimi) e per tutte le donne e gli uomini di buona volontà delle zone limitrofe:
domani, mercoledì 12 dicembre 2007
alle ore 18,00 presso la Libreria Kalòs
in via XX settembre 56/b a Palermo
si terrà la presentazione de “Il sangue degli altri“, edizioni Sironi.
Qui qualche info: http://ilsanguedeglialtri.wordpress.com/
Lo presentano Piergiorgio Di Cara e Davide Romano.
Ve lo dico perché il libro in questione merita. Ne ho già accennato, scherzosamente altrove.
Vi ho parlato di un personaggio-macchietta che ricorda il Catarella di Camilleri e le figure un po’ stereotipate dei due personaggi femminili principali.
Ma c’è ben altro.
Brevissimamente, è la storia di un giornalista freelance che, stufo dei soliti reportage sulla Palermo bene, si butta a capofitto nell’indagine su un presunto caso di riciclaggio. Si ritrova però invischiato in fatti più grandi di lui, che lo portano addirittura nel mezzo di una guerra negata, quella cecena. Tornato a casa, nulla sarà più come prima. Il suo sguardo ormai è cambiato. E nemmeno la “soluzione” dei misteri su cui stava indagando, gli darà pace.
E’ un noir particolare “Il sangue degli altri”.
Diviso in tre parti nette.
La prima è un susseguirsi di fatti, che si rincorrono veloci. Anche lo stile, asciutto, secco, senza una parola inutile, aumenta la sensazione di ineluttabilità degli eventi.
L’ambientazione è quella resa ormai familiare dai romanzi camillereschi, ma fotografata da un’angolazione diversa. Senza quell’aria di sottinteso compiacimento, di complice benevolenza riservata ai personaggi, soprattutto ai “buoni”. Qui di buoni a tutto tondo non ce ne sono. Forse il maresciallo dei carabinieri amico del protagonista, cui viene riservata la figura più simpatica, che comunque paga con una punta di dabbenaggine.
Anche qui si avverte il calore della terra di Sicilia, ma il calore è inteso come afa. Si sente il sudore. L’odore. Nulla di aspro ci viene risparmiato.
Il protagonista certo non è un eroe, ma nemmeno il classico anti-eroe. E’ pieno di difetti, spesso risulta sgradevole, nel modo che difficilmente spinge ad identificarsi con lui.
E si muove in un mondo arreso, fatalista, piegato alla convivenza con la criminalità.
Detto così sembra un romanzo pesantissimo e invece il tutto è raccontato con tono disincantato e amaramente ironico che fa letteralmente divorare le pagine.
La seconda parte cambia passo. L’azione si sposta in Cecenia, in luoghi di guerra e miseria. Il racconto si fa drammatico. Il ritmo rallenta. La narrazione prende respiro. Ma non cade nel patetico. Anche i momenti più delicati, sono trattati con sobrietà, con dolcezza, con tatto.
Si torna poi in Sicilia. La velocità riprende il sopravvento, ma le storie ascoltate, gli orrori di cui siamo venuti a conoscenza, hanno cambiato lo sguardo del protagonista. E anche il nostro. Si arriva allo scioglimento finale senza la soddisfazione liberatoria che un giallo porta di solito.
Siamo tutti più consapevoli.
E non si può dimenticare.
intervallo (sabato italiano)

Fra un tempo e l’altro di poltergeist un po’ di pubblicità.
Sabato pomeriggio. Tempo di relax.
Finalmente posso riprendere in mano quel libro che mi piace tanto e che non riesco mai a finire. Uhm… sì, voglio proprio godermelo sotto il piumone caldo…
Leggo la prima parola.
Mi fermo.
Riattacco.
Mi rifermo.
Riprovo.
Nulla da fare.
E’ che proprio non riesco a concentrarmi. Mia sorella nella stanza accanto ha messo Amici a tutto volume. Ho provato a neutralizzarli sparandomi gli acuti di Aretha Franklin nelle orecchie, ma davanti agli squittii eccitati del pubblico della De Filippi è tutto inutile.
Spazientita, metto da parte il libro e decido di controllare la posta elettronica. Parto dalla casella hotmail. Una volta mi piaceva hotmail. In fondo è stata la mia prima casella e la prima volta, si sa…
Ma da qualche tempo a questa parte è diventato di una lentezza insopportabile. Tutta colpa di quei filmatini pubblicitari che mettono in testa alla pagina. Saranno anche bellini, di sicuro sono pesanti e ogni volta aprire o inviare un messaggio diventa una lunga agonia. Mentre sono lì che aspetto che compaia la videata della posta indesiderata, mi faccio un caffè, completo un sudoku, mi limo le unghie, e alla fine lo vedo.
Là in cima, tutto colori sgargianti.
Bello grosso.
No, non “TUTTE LA CANZONI DI BIAGIO ANTONACCI”, per carità!
Quello che mi ha folgorato è stato:
VUOI TROVARE L’UOMO PERFETTO GRATIS?
E lo domandi? Certo che sì! Certo che lo voglio l’uomo perfetto gratis! Basta con questi uomini perfetti che costano un occhio della testa, che devi imbottire di soldi a inizio serata perché poi facciano il bel gesto di pagare la cena o il cinema o il motel!
Io l’uomo perfetto lo voglio gratis!
E ricco.
Bene, fammi vedere dove lo trovo, questo uomo perfetto gratis.
Ma porc… che c’entra adesso l’epilatore Braun? I maledettissimi filmatini pubblicitari. Oltre ad essere pesantissimi, hanno il difetto di cambiare in continuazione. E me lo spieghi adesso che me ne faccio delle gambe liscissime senza l’uomo perfetto che me le carezzi?
Nel frattempo Amici è finito, mia sorella erompe nella stanza volteggiando sulle punte con leggiadria d’elefante, e cantando a squarciagola una canzoncina della trasmissione.
Dio che sabato…
poltergeist sono intorno a noi parte I
ovvero, del perché sono improvvisamente sparita
Dunque, piccolo riassunto delle puntate precedenti.
Ormai assuefatta alle uscite dell’uomopalla, desiderosa di provare nuove esperienze, assetata di nuove emozioni, mi licenziai.
Disperazione e sconforto piombò fra le mie colleghe. Una mi si avvinghiò alle caviglie nel disperato tentativo di bloccarmi. “no, ti prego, non ci lasciare!” belava commovente, mentre moccoli verdastri lordavano il suo bel viso. Temeva che le toccasse il mio lavoro.
“Non temere, cara, in spirito sarò sempre con voi. vi porterò nel mio cuore, non vi dimenticherò mai. su, giuditta, ricomponiti!” “mi chiamo arianna, stronza!”
E così presi le poche cose che erano rimaste nei miei cassetti, ci feci un fagottino e me lo misi in spalla. Sognavo di farlo sin da quando, dolce bambina, guardavo Remì. Ah, bei tempi, le risate che mi facevo…
Mentre uscivo mi rimbombavano in testa i flebili vagiti dell’uomo-palla: ma… ma… quando ti ho detto cretina mica volevo offenderti! ma… ma… quando ho detto che non facevi nulla, mica intendevo dire che non facevi nulla… non andare, in realtà ti stimo, ti ammiro, ti voglio tanto bene… mi sento come un padre per te!
Senta, di padri rompiglioni ne ho già uno e mi basta e avanza! quindi la saluto!
Uno strano ticchettio accompagnava i miei pensieri. Come di metronomo sovreccitato, come di tacchi a spillo in piena corsa. No, questa è di nuovo genoveffa che mi rincorre per fermarmi.
Mi giro con la mia migliore espressione alla bud spencer dipinta sul volto ma non vedo nessuno.
Mi rigiro verso il portone, ma un vocino roboante alle spalle mi fa: che, ora non mi guardi nemmeno? non ne hai il coraggio, eh? Mi ririgiro. Abbasso lo sguardo ad altezza uomopalla e lo vedo lì, in posa plastica, a gambe larghe, ben piantate, un braccio levato alto contro di me, a sfiorarmi l’ombellico.
“tu!” l’aria tremò. e mille occhi si affacciarono dalle stanze.
“tu! tu rinneghi tuo padre!
sappi che se esci da quella porta, non potrai più tornare indietro.
se esci da quella porta, rimarrai per strada. misera. anche i vermi ti schiferanno. e non troverai mai più lavoro! mai più!
e vagherai nelle nebbie, sola e derelitta, per il resto della tua, brevissima, esistenza!”
“ok.”
Lanciai un ultimo sguardo verso le facce terrorizzate che mi fissavano, sorrisi e me ne andai.
artest
Cari lettori, dato che mi sento un poco in colpa a trascurarvi così, ho deciso di lasciarvi un giochino col quale trastullarvi in mia assenza.
A dire il vero il “giochino” in questione è cosa seria. Si tratta, infatti, di un finissimo test psicologico che su Donna Moderna e Virgilio se lo sognano, essendo il frutto del lavoro di cervelli di portata spaventosa. C’eravamo io, la foto di Freud, Morelli, Crepet, Platinette e Rita Levi Montalcini. Che, provata dalla dura vita di senatrice, è crollata quasi subito in un sonno profondo. Platinette si è immediatamente dedicata a studiarne la capigliatura e così io e i due maschioni ci siamo potuti sbizzarrire.
Fatelo anche voi.
Potreste scoprire lati del vostro carattere che non pensavate di possedere.
Procediamo dunque col test: CHE IMPORTANZA HA L’ARTE NELLA TUA VITA? E PREFERISCI ESSERE TUTTO GENIO E SREGOLATEZZA O UN BORGHESUCCIO MISERO E TRISTE?
Istruzioni.
Prendete carta e penna e segnatevi le risposte, ordinatamente, dalla prima all’ultima, una dopo l’altra.
Mi raccomando, rispondete sinceramente alle domande e d’istinto, senza starci a pensare. E non sbirciate i profili in fondo. Altrimenti non vale.
Buon divertimento.
(disclaimer: ogni riferimento a fatti o persone realmente esistenti è puramente casuale)
1) se voi foste un quadro, che quadro sareste? (dite la verità, è originale questa, o no? Avete idea di quanto ci abbiamo messo per metterla a punto?)
2) quale fra questi quadri rappresenta meglio il vostro concetto di arte?
3) quale fra questi quadri tocca maggiormente le vostre corde interiori?
4 quale fra queste opere tocca maggiormente le vostre corde esteriori?
5 quale fra questi quadri vi tocca?
Bene.
A questo punto sommate tutte le risposte “a”, tutte le risposte “b”, tutte le risposte “c” e tutte le risposte “d”. Nel senso di sommare tutte le volte che avete risposto la stessa lettera, non tutte le risposte di tutte le lettere insieme.
Fatto?
Bene, adesso controllate qual è la lettera che ricorre più spesso.
MAGGIORANZA DI RISPOSTE a
siete Sauro Sandroni: mi dispiace per voi, sinceramente.
Siete fondamentalmente confusi.
In ogni campo.
Incerti anche sulla vostra identità sessuale, vi dibattete continuamente fra due opposti estremi. Partecipate entusiasticamente alle gare di rutti, ma mettendovi sempre una mano davanti alla bocca. Siete cultori de “I guerrieri della notte”, ma solo perché vedere quegli scontri fra omaccioni vi procura brividi indicibili.
Se qualcuno vi dice che siete dolci, scoppiate in lacrime urlando: “non è vero! Sono virile io!”
Vi rifugiate nel mondo noir. Ne leggete decine, centinaia. Ne create addirittura qualcuno, in cui immaginate di diventare un killer senza scrupoli che ammazza uomini a sfare (chiara metafora del fatto che in realtà volete uccidere l’uomo che è in voi per essere finalmente e totalmente donna).
Però questa vostra passione (morbosa) farà la vostra fortuna. Un giorno recensirete il libro di un giovane e promettente scrittore che, per oliarvi, vi proclamerà il più grande intenditore di noir di tutti i tempi. E tre o quattro persone ci crederanno pure. Finché si accorgeranno che nemmeno sapete chi sia Otto Preminger e che sostenete che gli unici veri film noir sono quelli a colori dove si dicono le parolacce.
Insomma, gloria breve ma intensa.
MAGGiORANZA DI RISPOSTE b.
Gli snob: acculturatissimi, informatissimi su ogni nuova tendenza del mondo dell’arte, guardate dall’alto in basso chiunque non ne sappia quanto voi. Quindi tutti. Alla domanda su quale sia il vostro pittore preferito, non rispondete mai un banalissimo “Giotto” o “Botticelli” o “Monet”, nemmeno sotto tortura. Gli unici artisti che citate sono semisconosciuti dai nomi impronunciabili. Se una poveretta si azzarda a chiedervi: “ma come si intitola il tuo quadro preferito?” non potete proprio fare a meno di rispondere: “titolo? Ancora ferma ai titoli sei?”.
Ma in realtà è tutta scena. Sotto sotto siete insicuri. E permalosissimi. Anche in questo momento, mentre leggete e vi riconoscete in questo profilo, ci state rimanendo malissimo. E state pensando a una risposta spiritosa da dare in pubblico e a una serie di insulti da farmi in privato.
Vivrete un improvviso botto di popolarità quando vi ritroverete personaggio, minore ma fondamentale, nell’opera prima di un giovane e promettente scrittore.
Sarete allora combattuti fra l’orgoglio e l’irritazione per il fatto che nel romanzo non vi viene messo in bocca qualche giudizio illuminante sull’opera omnia dell’illustre pittore contemporaneo Gkjnsauiybdg.
Vi rifarete disegnando template alle blogstar. Diventando artisti contemporanei a vostra volta.
Ma il vostro cognome è così banale, che non diventerete mai famosi negli ambienti che contano veramente.
Insomma, gloria lunga, ma solo in ambienti mediocri.
MAGGIORANZA DI RISPOSTE c
I caproni: è evidente, voi di arte non capite niente. E ne andate fieri. Per voi l’unica forma di arte sono i calendari con le veline.
Gli unici film che guardate sono quelli porno.
L’unico vero quadro che conoscete è uno che vi ritrovate appeso nel tinello e nemmeno sapete chi l’ha dipinto e cosa rappresenta.
Egoisti, cinici, autoreferenziali, leggermente maschilisti, avete non poche difficoltà a relazionarvi col vostro prossimo senza irritarlo dopo due secondi.
Poi un giorno scriverete un libro. Questo. Nonostante l’età ormai avanzata, verrete più volte indicato come giovane e promettente scrittore. Incredibilmente, nonostante le figure femminili nel romanzo fortemente stereotipate e poco credibili e nonostante la presenza di un personaggio che è copia sfacciata del camilleresco Catarella, il vostro libro vi riuscirà bene. La scrittura veloce e fresca, l’intreccio pieno di colpi di scena e di svolte inaspettate, terrà i lettori col fiato sospeso. Fino alla fine. Li coinvolgerà anche in situazioni abitualmente poco frequentate dal pubblico italiano, come la guerra cecena. In poche parole, scriverete un bel noir, teso e asciutto.
Al quale ne seguiranno altri.
Insomma, fama lunga e intensa. Che vi renderà sempre più insopportabili.
MAGGIORANZA DI RISPOSTE d
I banali: delle due l’una, o siete donne, o siete incredibilmente, mediocremente borghesucci.
Nessuna speranza per voi.
SOLO RISPOSTE d
Siete mia sorella.
Ricordati di ritirare i panni. Che piove.
the titlekillers

l’altra sera me ne stavo mollemente distesa sul letto a godermi un film che adoro.
Mentre ero lì che ridacchiavo di gusto, non ho potuto fare a meno di domandarmi un paio di cose.
Primo: perché chi ha il compito di tradurre i titoli dei film stranieri in italiano fa così? Ce l’avrà con gli autori? Col regista? Con gli attori? Oppure mettono lì il primo che capita? Magari con un vocabolarietto italiano/inglese-inglese/italiano, uno di quelli tascabili, tanto carini, tanto piccini, che non si legge mai quello che c’è scritto.
Magari è solo il portiere degli studi di doppiaggio.
Lui se ne sta lì, tranquillo, a fine turno, che pensa alla poltrona sformata, tanto comoda, che l’aspetta a casa. Comincia a cambiarsi (i portieri me li immagino tutti così, con la divisa rossa e il cappello coi galloni dorati) canticchiando (i portieri me li immagino tutti così, intonatissimi) e accennando qualche passo di danza (i portieri me li immagino tutti goffi, ma questo balla come Gene Kelly). All’improvviso, dal buio dell’atrio ormai vuoto, si leva, terribile, un: “Ma porc! Ci siamo dimenticati di nuovo il titolo! Chiama fred!”
“E’ andato”
“Chiama bill!”
“Andato”
“Cavolo! chi ci è rimasto?”
“Nessuno, se ne sono andati tutti. Del resto son già le sedici e trenta!”
“Acciderbola! Ho appuntamento dal paragnosta! E adesso come facciamo? Uhm… TU!”
“Chi, io?”
“Si, tu, Fred Astair! (i direttori del doppiaggio guardano troppi film e fanno un poco di confusione). Vieni qui. Ho un compito importantissimo da affidarti. Un compito dal quale dipende la riuscita di tutto il film. Ma che sto dicendo! Di questa società di doppiaggio! Ma che dico! Del tuo posto di lavoro!”
“Ma… io…”
“Zitto! Adesso, per il bene dell’umanità (e del tuo posto di lavoro) tu farai quanto ti dico. Lo vedi questo? Questo è il titolo del film che abbiamo appena doppiato. Si chiama “The Ladykillers”. E’ inglese, eh. Adesso tu prendi questo bel vocabolarietto italiano/inglese-inglese/italiano e mi traduci il titolo. Ma fai presto, che domani mattina alle cinque dobbiamo distribuirlo a tutti i cinema d’italia!”
E così il poveretto, che non apre un vocabolario da quando ci nascondeva le fotine porno dal controllo dell’occhiuta mamma, si ubriaca ben bene per farsi coraggio e, moccolando, si mette all’opera.
E’ l’unica spiegazione plausibile per cui “The ladykillers” sia potuto diventare “La signora omicidi”.
Punto secondo.
Perché quando un film riesce perfetto si deve per forza sentire il bisogno di rifarlo?
Non è meglio lasciarlo così com’è, nella sua perfezione?
Questo, ad esempio. Il ritmo, le luci, le ombre, la scenografia. Ogni cosa è esattamente come dovrebbe essere. Ogni scena è necessaria. Ogni inquadratura è significativa.
E’ un film che non perde un colpo, che non rallenta mai.
Un film in cui la recitazione è geniale, carica, ma mai eccessiva. Istrionica, ma controllata. In cui l’attore è fondamentale, ma non sopravanza mai la scrittura.
Un film in cui la scrittura è curatissima, ma non soffoca mai gli attori costringendoli a parlarsi addosso.
Insomma, un raro esempio di equilibrio.
Un meccanismo ad orologeria, si sarebbe detto una volta. E infatti è un film di una volta. Del 1955.
Poi nel 2004 arrivano i fratelli Coen (che io adoro) e me lo trasformano in un insulso carrozzone strabordante di colpi di scena, stiracchiati. Ne fanno un lunapark di colori. Di suoni. Un’accozzaglia di caricature improponibili, poco simpatiche, fra le quali spicca il gigionismo di un primattore francamente irritante. Che dal confronto con Alec Guinness esce a pezzi.
Ma soprattutto nel rifacimento si è perso il senso del ritmo. Il vero segreto di certo cinema.
Il tempo delle battute e dell’azione, scandito in maniera anche esplicita durante il film, tramite il metronomo umano sir Alec Guinness, è stato dilatato, distorto, sbrodolato.
Quello che era precisione, perfetta simmetria, gioco di fioretto, si trasforma in ansia, in fretta. In noia. Diventa un colpo di clava che si abbatte, sonoro, sul cranio dei poveri spettatori.
Perché?
ps in questi giorni sarò spesso assente.
Il nuovo lavoro mi assorbe giorno e notte. Negli incubi.
Portate pazienza, tornerò presto. Il tempo di spacciarmi per lavoratrice indefessa…
Verba (sed etiam ceffonis) volant bis
Ovvero manuale di sopravvivenza II
ALLEGATO I bis
Parole da NON dire nell’intimità.
(versione adatta anche ai minori di 33 anni. Quindi, se sei minore di 33 anni, mi raccomando, DEVI leggere Questa versione e NON la precedente!)
Mi è stato fatto giustamente notare che questo blog è frequentato anche da donne e bambini.
E sta poco bene che loro leggano certi termini sconci.
Quindi rielaborerò il primo allegato del Manuale di Sopravvivenza II in una forma tale che possa essere letto anche da loro senza il minimo problema.
Buona lettura.
Cari Giovani Donne e Giovani Uomini Moderni, questa raccomandazione è per tutti voi.
Perché le parole hanno un valore.
E bisogna starci attentissimi.
Sempre.
Esempio pratico n. 1
Lei: sìììì, così… così… chiamami passerottina, daaaiiii…
Lui:sì! Passerottina!
Lei: sìììì… cosììì… continua… di più…
Lui: sì! Sei proprio una gran passerottina! Sgualdrina!
Lei: oh! Dio! Sìììì.
Lui: peripatetica!
Lei: come peripatetica?
Lui: meretrice?
Lei: ma sei un maleducato!
Lui: ehm… squillo?
Lei: ma che antipatico! non ti voglio vedere mai più!
Esempio pratico n. 2
Lei: … …
Lui: ti piace, eh?
Lei: …
lui: sì, … anche io. Ma ti piace?
Lei: oh… io… …
Lui: sì, …, ho capito, ma dì qualcosa!
Lei: non… non posso… lo sai che mi vergogno…
Lui: come ti vergogni! Ma se due minuti fa all’oratorio cantavi cose che nemmeno i chierichetti! e al tuo uomo, regolarmente sposato in chiesa, nell’atto di donare un figlio a dio, niente?
Lei: laudato sìììì, o mi’ signoore…

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